venerdì 14 novembre 2014

Dalla Terra Promessa al regno

Nella terra di Canaan
Dopo varie vicissitudini il popolo d'Israele giunse a Kades. In quel luogo il popolo si lamentò presso Mosè e Aronne per la mancanza d'acqua. I due profeti si recarono presso la Dimora e chiesero consiglio al Signore, ricevendo da lui l'ordine, di colpire con il proprio bastone una roccia, come avevano già fatto presso Refidim. Mosè e Aronne fecero come era stato loro ordinato ma dalla pietra non uscì inizialmente acqua. Intimoriti da questo insuccesso ripeterono l'azione e riuscirono nell'intento. Avendo dubitato di Dio furono entrambi puniti: non avrebbero mai posto piede nella terra promessa.

Essendo giunto il momento di entrare nella Terra Promessa, Mosè nominò Giosuè quale suo successore e prima di lasciare per sempre il suo popolo. Dopo aver benedetto le tribù d'Israele Mosè salì, dalle steppe di Moab, sul monte Nebo e da lassù poté guardare la Terra Promessa, senza potervi entrare a causa della sua mancanza di fede alle acque di Meriba.


Giosuè, figlio di Nun, della Tibù di Efraim, succedette a Mosè come capo degli Israeliti. Guidò le dodici tribù ebraiche nelle prime conquiste in terra di Palestina (o terra di Canaan o terra Santa) dopo l'uscita dall'Egitto.
Giosuè nato in Egitto al tempo della schiavitù degli Ebrei, partecipa all'uscita dall'Egitto degli Ebrei; si distingue come comandante militare quando le tribù ebraiche sono attaccate dagli Amaleciti a Refidim.
Assiste Mosè e lo accompagna un tratto nella salita al Monte Sinai dove Mosè riceve le tavole dei dieci comandamenti.
Le gesta di questo condottiero sono narrate nella Bibbia nel libro di Giosuè.
Il primo ostacolo all'ingresso della tera promessa è il fiume Giordano. Giosuè fa avanzare l'Arca dell'alleanza portata dai sacerdoti davanti al popolo. Il fiume arresta miracolosamente il suo scorrere e permette l'attraversamento dei conquistatori israeliti, in un modo simile all'episodio del mar Rosso. Giosuè erige un monumento di dodici pietre sulla riva ovest a Galgala.
Dopo essere entrati nella terra promessa il popolo d'Israele si davanti la città di Gerico con le sue mura e accade che, sotto il comando di Giosuè, questo baluardo cade miracolosamente dopo che i sacerdoti hanno girato sette volte per sette giorni attorno alla città suonando lo Shofar . Le mura della città cadono miracolosamente e la città viene conquistata e rasa al suolo.


Lo shofar è un piccolo corno dimontone utilizzato come trumento musicale. Viene ancora utilizzato oggi durante alcune funzioni ebraiche.



In seguito Giosuè conquista Ai e Gabaon.
Le conquiste continuano per molti anni.
Dopo la conquista della quasi totalità del paese di Canaan, Giosuè amministra l'insediamento delle dodici tribù e la divisione del territorio.
Dopo la morte di Giosuè inizia per il popolo ebraico il periodo dei Giudici.


L'epoca dei giudici
Nella Bibbia il “Libro dei Giudici” i Giudici presentati come governanti e capi militari, civili e spirituali ispirati da Dio in determinate occasioni per liberare una o più tribù Israelitiche dalla minaccia delle popolazioni vicine oppure per guidare gli Israeliti in guerra. Tuttavia i giudici in questione non erano sempre dei leader religiosamente devoti o degli statisti eccezionali, ma più che altro eroi locali. La loro governanza sull'antico stato d'Israele è durata all'incirca dal 1150 a.C. fino al 1025 a.C., cioè fino all'elezione del primo Re d'Israele, Saul.
Accanto a queste figure di stampo militare, il libro racconta anche dei giudici responsabili dell’ordinaria amministrazione e della vita legislativa all’interno delle varie tribù, i cosiddetti giudici minori.
Quindi , dopo la conquista di Canaan da parte di Giosuè, le tribù d'Israele avevano formato una debole confederazione che erano guidata da questi giudici.
A partire dal Libro dei Giudici può essere costruita la seguente lista di giudici: Otiniel, Eud, Samgar, Debora Barac,Gedeone, Abimelech di Sichem Tola, Iair, Ibsan. Elon, Abdon, Sansone.
http://www.bing.com/videos/search?q=sansone&FORM=HDRSC3#view=detail&mid=4D3F57F497E940DB95F04D3F57F497E940DB95F0

Il regno
Con Regno di Israele i può intendere: il regno formatosi, secondo quanto dice l'Antico Testamento attorno al 1030 a.C. Che ebbe come sovrani Saul, Davide e Salomone.
Saul è, primo re del Regno di Israele (1079-1007 a.C.). Era figlio di Chis e apparteneva alla tribù di Beniamino.
Secondo la narrazione del Libro di Samuele, Saul si era recato da Samuele a Ramah per consultarlo, e il sacerdote lo unse segretamente come Re, per ispirazione di “ YHWH”.
L'unzione nella tradizione biblica consisteva nel versare sulla testa di un eletto dell'olio consacrato. Essa era riservata ai re ed ai sacerdoti e tra questi, in particolare, al sommo sacerdote.
Poco dopo, Samuele radunò l'assemblea del popolo di Israele a Mizpa, dove Saul fu estratto a sorte come Re. In séguito Saul condusse una campagna militare vittoriosa contro gli Ammoniti, confermandosi così nel favore popolare e nella carica. Nella successiva guerra contro i Filistei, Saul, con la propria condotta aggressiva, disgustò l'anziano Samuele, che si allontanò da lui. La guerra fu vinta per l'audace imboscata di Gionata, figlio prediletto del Re, contro il campo filisteo.
Nella successiva guerra contro gli amaliciti, Saul si rifiutò di obbedire al comando di Samuele di distruggere completamente la popolazione. Secondo la narrazione del libro di Samuele, questa disobbedienza spinse Samuele stesso a rimuovere l'unzione di re da Saul, a smettere di esserne consigliere e a ungere segretamente, come nuovo i re, Davede. Tuttavia Saul continuò a regnare e la successione non avvenne che diversi anni dopo.
Davide giunse a corte come arpista per alleviare le sofferenze del re, che, dopo la perdita dell'unzione regale, si sentiva perseguitato da uno spirito malvagio.
Nella successiva guerra contro i Filistei, lo spirito di Samuele predisse a Saul la sconfitta degli israeliti, ma egli mosse ugualmente Gelboe, dove venne duramente sconfitto e perse la vita assieme a tre dei suoi figli, incluso Gionata. La narrazione biblica ne descrive il suicidio nelle ultime fasi dello scontro.


Davide era uno dei figli di Iesse, ed è prorio tra questi figli che Dio mandò il profeta Samuele a Betlemme a cercare un nuovo re di Israele. Quest’ultimo fece passare sette dei suoi figli davanti a Samuele ma nessuno di loro era il prescelto. Allora Samuele gli chiese se ne aveva altri e Iesse rispose che il più giovane, Davide, fulvo di capelli e di bell'aspetto, era al pascolo con le pecore.
Quando gli fu portato davanti, Dio disse a Samuele: «Alzati, ungilo, perché è lui».



Come già detto precedentemente Saul, dopo essere stato ripudiato da Dio, era oppresso da uno spirito cattivo. Uno dei suoi servi gli suggerì di far venire un citarista, Davide, che con il suono della sua arpa avrebbe lenito le sue sofferenze. Saul si affezionò a Davide, facendolo diventare suo scudiero.
L'episodio biblico più famoso riguardante Davide è quello dello scontro con Golia, il gigante filisteo che terrorizzava gli ebrei, sfidandoli a duello.
Golia era uno spaventoso gigante e guerriero filisteo armato con una corazza. Per quaranta giorni, Golia sfidò l’esercito di Israele, nell'attesa che quest’ultimo scegliesse chi tra loro doveva affrontarlo: il vincitore avrebbe permesso al suo popolo di sottomettere quello del perdente.
A Davide fu chiesto dal padre di recarsi dai fratelli che si trovavano nell'accampamento, per portare del cibo e informarsi delle loro condizioni. Mentre si trovava nell'accampamento, Davide ascoltò l'ennesima sfida di Golia e si offrì, davanti a Saul, di affrontarlo. Saul lo vestì con la sua stessa armatura ma Davide, fatti pochi passi, se la tolse non riuscendo a muoversi, e si diresse verso il campo di battaglia con la sua frombola e con cinque pietre lisce che aveva raccolto da un torrente. Golia, vedendo che si trattava di un ragazzo, lo derise. Ma Davide, presa una delle pietre che aveva con sé, la scagliò con la frombola, colpendo il gigante in piena fronte e facendolo crollare a terra morto. Davide si precipitò verso di lui e lo decapitò, utilizzando la spada dello stesso Golia. I filistei si diedero alla fuga ma vennero inseguiti e decimati dagli israeliti.


La vittoria rese Davide famoso presso gli ebrei e gli valse l'amicizia di Gionata, figlio del re Saul. Successivamente Davide avrebbe sposato la figlia del re, Mikal.
Saul, sempre più irritato per la crescente fama di Davide, decise di dargli in sposa la figlia Mikal a patto che uccidesse cento Filistei: così facendo pensava che egli sarebbe andato incontro a morte sicura. Ma Davide superò la prova e prese in sposa Mikal.
Dopo un’altra grande vittoria di Davide contro i filistei, Saul decise di ucciderlo. Così Davide fu costretto alla fuga.
Nel frattempo Davide ebbe altre due mogli:Abigail e Ainoam.
Qualche tempo dopo, Mikal lo criticò perché lui aveva ballato parzialmente nudo durante una processione religiosa, mentre portava l'Arca dell'alleanza a Gerusalemme appena conquistata.
Davide si rifugiò poi nel deserto di En-Ghedi. Saul, ancora una volta, andò alla sua ricerca e si addentrò in una caverna dove Davide era nascosto. Quest’ultimo, senza farsi scorgere, tagliò un lembo del mantello di Saul. Quando il re uscì fuori, Davide lo chiamò e gli fece vedere il lembo del mantello, facendogli capire che, se avesse voluto, lo avrebbe potuto uccidere. Saul gli fu riconoscente e gli chiese di non sterminare la sua stirpe una volta che fosse diventato re di Israele.


Intanto la fine di Saul era vicina. Nella battaglia di Gelboe, gli israeliti furono decimati: a soccombere furono anche Gionata, Abinadab e Malkishuah, figli di Saul. Quest’ultimo, piuttosto che perdere la vita per mano dei filistei, preferì morire gettandosi sulla sua stessa spada e rimanendone trafitto.
Con la fine della dinastia di Saul, tutti gli anziani di Israele si recarono a Ebron e Davide, all'età di 37 anni, fu unto re d'Israele e di Giudea.
Successivamente Davide sconfisse i Gebusei, e conquistò Gerusalemme, e la nominò capitale del suo regno.
Davide portò l'Arca dell'Alleanza a Gerusalemme con l'intento di costruire un tempio. Ma Dio, per bocca del profeta Natan, gli proibì di farlo, dicendo che il tempio sarebbe stato costruito da generazioni future. Fece però un patto con Davide, promettendogli che egli avrebbe stabilito la casa di Davide in eterno: "… e il tuo trono sarà reso stabile per sempre."
Per tutto il suo regno, l'Arca rimase nella tenda innalzata da Davide: da lì sarebbe stata spostata solo dopo la costruzione del tempio di Salomone.
Una sera, mentre passeggiava sulla terrazza reggia, Davide vide una donna bellissima che faceva il bagno: si trattava di Betsabea moglie del suo ufficiale Uria l'Ittitta. La invitò a venire da lui e i due commisero adulterio a seguito del quale venne concepito un bambino.
Intanto l'esercito di Davide, guidato da Joab e tra le cui file figurava anche Uria l'Ittita, era impegnato nell'assedio della città ammonita di Rabbah. Davide richiamò Uria l'Ittita a Gerusalemme, chiedendogli informazioni sull'andamento della guerra e poi gli ordinò di andare a casa: l'intento era quello di far sì che Uria trascorresse la notte con la moglie così da poter mascherare la paternità del bambino che sarebbe nato. Ma Uria disubbidì e dormì fuori la porta del re perché non riteneva giusto godere degli agi di casa mentre gli altri soldati erano impegnati al fronte. Davide allora lo fece mangiare e ubriacare, sempre con la stessa speranza: ma neanche la notte successiva Uria andò a casa sua. L'indomani, Davide scrisse una lettera nella quale chiedeva a Joab che Uria venisse messo in prima linea e lasciato da solo perché andasse incontro a morte sicura: diede quindi la lettera allo stesso Uria perché la recapitasse a Joab.
Uria cadde sotto i colpi degli ammoniti e Betsabea divenne moglie di Davide.


Il profeta Natan lo rimproverò, dicendogli che Dio l'avrebbe punito con la sua stessa colpa, prendendogli tutte le mogli per darle ad altri in pieno giorno. Davide si pentì e allora Natan gli disse che questo non sarebbe più successo ma che il bambino che era stato concepito sarebbe morto.
Il bambino nacque ma si ammalò subito. Per sette giorni Davide digiunò, sperando, invano, nella sua salvezza: il settimo giorno il bambino morì. Allora Davide si cambiò e mangiò: a chi gli chiedeva come mai lo faceva proprio ora che il bambino era morto egli disse che non aveva più senso digiunare tanto il piccolo non sarebbe più ritornato. Andò poi a consolare Betsabea e quindi passò la notte con lei: sarebbe così stato concepito Salomone, futuro re d'Israele.
Assalonne era il terzo figlio di Davide.
Qualche tempo dopo, Assalonne chiese al padre il permesso di andare ad Ebron, ma una volta arrivato lì si proclamò re. Davide allora decise di fuggire da Gerusalemme con il suo popolo rifugiandosi oltre il fiume Giordano.
Assalonne entrò in Gerusalemme e organizzo un forte esercito per combattere il padre Davide.
Nella foresta di Efraim si scatenò una feroce battaglia nella quale l'esercito di Assalonne venne sterminato. Quest'ultimo, cavalcando un mulo, rimase sospeso in aria, con la testa impigliata tra i rami di una quercia: Joab, uno dei tre capi nominati da Davide per la battaglia, conficcò tre freccie nel petto di Assalonne, che venne poi finito da dieci scudieri.


Quando Davide venne a sapere della morte di Assalonne provò grande dolore: «Figlio mio! Assalonne figlio mio, figlio mio Assalonne! Fossi morto io invece di te, Assalonne, figlio mio, figlio mio!».
Davide venne riconfermato re e tornò a Gerusalemme.
Davide morì e fu sepolto nella città di Davide, dopo aver regnato per quarant'anni su Israele, succeduto da Salomone.
Salomone è stato il terzo re d'Israele e durante la sua reggenza venne costrui il Tempio.
Il punto di snodo del regno di Salomone fu la richiesta a Dio di dargli il discernimento, necessario secondo lui per governare un popolo. Dopo questo fatto la sua potenza e ricchezza divennero leggendarie.
Alla metà del X secolo a.C., iniziò la costruzione del Tempio che terminò in circa sette anni. Questo dato è importante per capire la grandezza di Salomone.

http://www.bing.com/videos/search?q=+il+tempio+di+Salomone&qs=n&form=QBVR&pq=il+tempio+di+salomone&sc=3-18&sp=-1&sk=#view=detail&mid=D72839638A5664CA5C81D72839638A5664CA5C81
Come ogni altro re di quel periodo, Salomone prese a circondarsi di mogli, sia per motivi politici (poteva così stringere alleanze con i popoli vicini), sia per dimostrare il proprio potere. Ma per questa via attuò anche una decadenza spirituale all'interno di Israele, dato che ogni nuova moglie adorava diverse divinità, e anche Salomone prese ad adorarli.
Il fatto portò alla decisione divina di dividere il regno in due parti, ma solo dopo la morte di Salomone
Un'altro episodio celebre fu quello di due donne che si presentarono da Salomone: ciascuna aveva partorito un figlio a pochi giorni di distanza l'uno dall'altro ed entrambe dormivano nella stessa casa. Una notte accadde che uno dei due bambini morì e sua madre, secondo l'accusa, aveva scambiato il figlio morto con quello vivo dell'altra donna mentre questa dormiva. Salomone, dopo aver ascoltato le due donne sostenere più volte le loro tesi, fece portare una spada e ordinò che il bambino vivente fosse tagliato a metà per darne una parte a ciascuna di esse.
Allora la vera madre lo supplicò di consegnare il bimbo all'altra donna, pur di salvarlo. Salomone capì così che quella era la vera madre e le restituì il bambino. Fu così reso noto a tutti che Salomone era veramente un re buono, santo e di fede.





lunedì 3 novembre 2014

L'esodo e l'alleanza del Sinai

Dalla schiavitù alla liberazione

Sempre secondo il racconto dell'esodo, dopo aver ricevuto l'invito a tornare presso il suo popolo per liberarlo dalla dalla schiavitù, Mosè rientrò in Egitto. Radunati gli anziani d'Israele, ad essi Mosè mostrò i prodigi del Signore e comunicò la sua intenzione di recarsi presso Faraone per chiedere la liberazione del proprio popolo. Recatosi col fratello in presenza del sovrano, chiese il permesso di ritirarsi nel deserto per tre giorni con gli schiavi così da sacrificare al loro Dio e onorarlo. Il faraone, in risposta alle loro richieste, ordinò ai suoi sorveglianti di duplicare il lavoro degli israeliti, facendo loro raccogliere la paglia per fabbricare i mattoni, che fino a poco prima veniva loro concessa dagli egizi stessi.

Oppressi dal maggior gravame, gli israeliti non riuscivano a portare a termine il lavoro, per questo i loro scribi vennero fustigati e percossi; ricevuta la punizione e non avendo ottenuto dal faraone la grazia d'uno sconto, rimproverarono aspramente Mosè e Aronne che avevano causato tutto ciò.
Mosè, su invito divino, si recò nuovamente a corte mostrando in presenza di Faraone e dei suoi ministri il prodigio del bastone tramutato in serpente. Questi, poco meravigliato dall'accaduto, ordinò ai suoi maghi di fare altrettanto, e così avvenne, se non che il bastone degli israeliti divorò quello degli stregoni egizi.

Le dieci piaghe

Prima piaga: Mosè si recò nuovamente dal Faraone quando era ancora mattino e questi si rilassava presso il fiume Nilo. Di fronte a un ennesimo rifiuto del sovrano, Aronne colpì con il proprio bastone le acque del fiume, che si colorarono di rosso sangue: i pesci morirono, e il Nilo divenne fetido tanto che gli egizi non poterono più attingere acqua da esso. I maghi di Faraone riuscirono però a compiere lo stesso prodigio e il sovrano tornò nel proprio palazzo senza dare ascolto a Mosè. Gli egizi scavarono dei pozzi nei dintorni del Nilo per attingere acqua da bere; la siccità durò sette giorni.


Seconda piaga: Aronne colpì dunque con il proprio bastone i fiumi, i canali e gli stagni d'Egitto e da essi cominciarono a uscire rane in numero infinito che si riversarono sulle case del faraone e dei suoi sudditi. I maghi riuscirono a compiere lo stesso prodigio. Il sovrano, spaventato, chiese a Mosè di far smettere tale piaga ma non appena questa fu scongiurata si ostinò e non diede ascolto alle parole del profeta.



Terza piaga: su ordine del Signore, Aronne percosse la polvere ed essa si mutò in zanzare che infestarono tutto il paese d'Egitto. I maghi questa volta non riuscirono nel loro intento ed essi stessi chiesero pietà a Faraone poiché riconobbero in quei prodigi la mano di Dio. Il sovrano rimase però saldo nelle proprie convinzioni.


Quarta piaga : il Signore mandò allora contro gli egizi una miriade di mosconi che invase le loro abitazioni. Il faraone, terrorizzato da tale evento, chiese perdono a Mosè e ad Aronne e ordinò loro di sacrificare in onore di Dio. I due però si rifiutarono perché durante le loro celebrazioni sarebbero stati uccisi alcuni animali sacri agli egizi. Faraone permise loro di allontanarsi dall'Egitto per tre giorni. Non appena i mosconi sparirono il tiranno ordinò ai suoi soldati di ricondurre in schiavitù gli israeliti.


Quinta piaga: di fronte a questa ennesimo rifiuto, una pestilenza decimò i cavalli, gli asini, i cammelli, gli armenti e le greggi degli egizi. Il bestiame degli israeliti invece sopravvisse.


Sesta piaga: Aronne e Mosè tornarono dal faraone portando fra le mani della fuliggine di fornace. Di fronte agli occhi del sovrano essi la gettarono in aria e questa produsse ulcere purulente sugli egizi e sulle bestie rimaste in vita. I maghi questa volta non riuscirono neppure a presentarsi di fronte a Faraone.


Settima piaga: poi la grandine si riversò sull'Egitto, sradicando gli alberi e le piante, uccidendo schiavi e bestiame. Anche questa volta il faraone si pentì per il suo comportamento ma, non appena la piaga fu scongiurata, continuò a percuotere gli schiavi israeliti. Il lino e l'orzo erano stati distrutti dalla grandine ma il grano e la spelta (un cereale molto antico) erano ancora integri.



Ottava piaga: Mosè e Aronne si recarono ancora da Faraone ma questi non voleva ascoltarli. Essi allora rivelarono gli ordini del Signore: questi avrebbe mandato, con un forte vento d'oriente, una miriade di cavallette che avrebbero divorato ciò che la grandine non aveva distrutto. Faraone spaventato ordinò loro di partire, lasciando però in Egitto le donne e i bambini ma Mosè non acconsentì e venne quindi cacciato dal palazzo reale. Il giorno dopo le cavallette distrussero ogni raccolto.



Nona piaga: Mosè stese dunque il bastone verso il cielo e, per tre giorni, il paese d'Egitto venne oscurato e le tenebre erano talmente dense che nessuno riusciva a muoversi. Faraone fece chiamare Mosè ed Aronne e ordinò loro di partire, lasciando però in Egitto il proprio bestiame. I due profeti non acconsentirono e il sovrano furibondo cacciò via Mosè minacciando di ucciderlo.


Decima piaga: Mosè riceve istruzioni da Dio, e si reca per l'ultima volta dal faraone, avvertendo che sarebbero morti tutti i primogeniti d'Egitto, dal figlio del faraone ai figli degli schiavi e del bestiame, ma nessuno sarebbe morto in Israele, e che dopo di ciò sarebbero stati gli stessi Egiziani a scacciare gli Israeliti.   Il Signore ordinò infine a Mosè di preparare il popolo per un lungo viaggio. Comandò inoltre di commemorare quel giorno nei secoli a venire attraverso la festa della Pesach (Pasqua).




Il passaggio del Mar Rosso.

Il Signore disse a Mosè: « Questo mese sarà per voi il primo mese dell'anno. Parlate a tutta la comunità di Israele e dite: Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa. Se la famiglia fosse troppo piccola per consumare un agnello, si assocerà al suo vicino, al più prossimo della casa, secondo il numero delle persone; calcolerete come dovrà essere l'agnello, secondo quanto ciascuno può mangiarne. Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, nato nell'anno; potrete sceglierlo tra le pecore o tra le capre e lo serberete fino al quattordici di questo mese: allora tutta l'assemblea della comunità d'Israele lo immolerà al tramonto. Preso un po' del suo sangue, lo porranno sui due stipiti e sull'architrave delle case, in cui lo dovranno mangiare » (Esodo 12, 2-8).

Non appena l'angelo della morte, sceso sulla terra d'Egitto, avrebbe visto quel sangue d'agnello sarebbe passato avanti, riconoscendo in essa una casa israelita. Gli ebrei si radunarono nelle proprie abitazioni per festeggiare la festa della liberazione. Sulle loro tavole la carne d'agnello, il pane della fretta non lievitato, le erbe amare, a simboleggiare la sofferenza della schiavitù. Mentre questi cenavano, a mezzanotte la piaga si abbatté sugli egizi, ogni primogenito morì dal primogenito di Faraone al primogenito di ogni suo servo. Il sovrano, addolorato dalla morte del figlio, ordinò agli ebrei di andar via e, per accelerare la loro partenza, li rifornì di oro e d'argento.
Partiti da Pi-Ramses, gli israeliti portavano con loro le spoglie di Giuseppe perché potessero riposare nella terra promessa come era stato promesso al patriarca prima della morte. Mosè, su indicazione divina, decise di non prendere la via più breve, seguendo la costa del Mar mediterraneo, poiché munita di fortini egizi. Continuò a proseguire per la via del deserto, verso il Mar dei Giunchi (tradizionalmente e forse erroneamente identificato col Mar Rosso). Secondo il libro dell'Esodo, Dio guidava il suo popolo, di giorno come una colonna di nube, di notte come una colonna di fuoco, per illuminare loro il passaggio.



Faraone intanto si pentì di aver lasciato partire gli israeliti, e così anche i suoi ministri. Fece dunque preparare il proprio cocchio, si armò e radunò i propri soldati. Prese seicento carri da guerra fra i migliori con il terzo uomo sopra ciascuno di essi e raggiunse gli israeliti mentre essi si trovavano accampati presso il mare. Il profeta, incoraggiando il suo popolo, chiese soccorso al Signore e in quello stesso istante la colonna di fuoco, che guidava gli israeliti, si frappose fra loro e gli egizi, fermando così la carica di questi ultimi.
Mosè stese dunque il bastone sul mare e, in quello che forse è fra i racconti leggendari più famosi della Bibbia, le acque si divisero, formando così un muro a destra e a sinistra, con l'asciutto nel mezzo. Gli israeliti poterono così oltrepassare il mare e giungere all'altra riva, mentre gli egizi li inseguivano sui propri carri, finendo sommersi quando essi furono al sicuro. Non ci fu nessun superstite fra gli egizi.

La pasqua ebraica
Pesach (parola ebraica tradotta lett. in lingua italiana con "passaggio") è la festa più importante per gli Ebrei.
Nella notte che precedette l'ultima piaga,quella della morte dei primogeniti, il Signore Dio annunciò al popolo di Israele, che sarebbe stato liberato dalla schiavitù in in Egitto; Egli dice: "In questa notte io passerò attraverso l'Egitto e colpirò a morte ogni primogenito egiziano, sia fra le genti che tra il bestiame."
Tramite Mosè Dio ordina al popolo di Israele di marcare gli stipiti delle loro porte con del sangue di agnello cosicché: "Io vedrò il sangue e passerò oltre, colpirò invece con il mio castigo l'intero Egitto e a voi non succederà niente"; inoltre, l'agnello immolato, doveva poi essere mangiato prima della partenza per la libertà.
Dalla frase "passerò oltre" trae origine appunto la parola Pesach a cui corrisponde il termine italiano Pasqua.
Quel pasto, sempre su invito del Signore, divenne un memoriale celebrato da allora ogni anno da tutto il popolo d'Israele.




Il Seder pasquale o celebrazione della pasqua ebraica

Durante le celebrazione della pasqua ebraica si usa consumare la cena seguendo un ordine particolare di cibi e preghiere che prende il nome di seder, parola che in ebraico significa per l'appunto ordine, durante il quale si narra l'intera storia del conflitto con il faraone, delle 10 piaghe e della fuga finale seguendo l'Haggadah di Pesach.
La celebrazione è colma di gesti visibili ed elementi necessari soprattutto perché i bambini possano osservare ed apprendere.
La lettura dell'Haggadah di Pesach, infatti, inizia con un ricordo, un brano in lingua aramaica; poi i bambini chiedono agli adulti quale sia il significato di Pesach. Gli si risponde, si narrano gli eventi relativi all'uscita dall'Egitto, si analizzano i diversi tipi di ebrei: il figlio saggio rappresenta l'ebreo osservante. Il figlio malvagio è invece l'ebreo che sospetta "per male" e rifiuta la sua eredità e la religione ebraica, le sue radici. Il figlio difficile si riconosce nell'ebreo indifferente. Il giovane o semplice, invece, colui che non conosce della propria cultura e tradizione "a sufficienza" per poter prendere parte alla discussione non sapendo quindi come domandare.Durante il seder vengono utilizzate 3 matzot (pane azzimo) che vengono tenute coperte da un panno e scoperte durante la lettura di alcuni brani. All'inizio della cena viene spezzata in due pezzi la matzot di mezzo: una parte viene conservata sotto la tovaglia per poi essere mangiata dai partecipanti al termine della cena e talvolta conservandone un pezzettino bene avvolto in carta come buon augurio.
I bambini vengono coinvolti molto nel seder, attraverso brani a loro dedicati, immagini e quant'altro.
Durante la cerimonia un piatto, detto piatto del Seder, è di solito decorato ed ha dipinti tutti i principali simboli della festa. Al centro vi sono poste le tre già citate Matzot per ricordare la concitata e precipitosa fuga dall'Egitto. Attorno, nell'ordine, vi sono: le erbe amare che rappresenta la durezza della schiavitù; una zampa arrostita di capretto, che rappresenta l'agnello pasquale che gli ebrei sacrificarono nella notte della morte dei primogeniti egiziani; un uovo sodo , in ricordo del lutto per la distruzione del Tempio; infine una sorta di marmellata preparata con mele, datteri, mandorle, prugne, noci e, spesso, vino, che rappresenta la malta usata dagli ebrei durante la schiavitù per la costruzione delle città di Pit'om e Ramses.
Nel corso del seder vi è obbligo di bere quattro bicchieri di vino, secondo alcuni cinque. Inoltre vengono cantati brani biblici cantati e si termina, di solito, con canti tradizionali.
Terminato il pasto, successivo alla prima parte del Seder, si consumano i bicchieri di vino restanti con la recitazione dellabenedizione dopo il pasto, e il canto del'Hallel.
Hallel : è una preghiera ebraica che comporta la recitazione fedele dei Salmi dal 113 al 118  per lodare e ringraziare il Signore per le meraviglie compiute.




Nel deserto

Tre giorni dopo il passaggio nel Mar Rosso , Mosè ordinò di accamparsi presso la località di Mara essendosi esaurite le scorte d'acqua, lì però non fu possibile attingerne poiché era amara da bere. Mosè, su ordine divino, gettò sulla superficie del lago un arbusto miracoloso che ne rese bevibili le acque.
Il popolo, già stanco del duro cammino, si lamentò presso Mosè poiché erano finite anche le provviste di cibo. Il Signore, pietoso nei confronti degli israeliti, ordinò al profeta di annunciare che presto avrebbero trovato di che sfamarsi. Quella sera stessa uno stormo di quaglie, condotto lì da un forte vento, si fermò presso l'accampamento, divenendo facile preda per gli israeliti, che il mattino dopo, invece, trovarono sparsi per il campo piccoli chicchi di una strana sostanza resinosa, dal sapore di focaccia al miele. Mosè denominò quel cibo, Man hu (Manna), che significa cos'è?. Ordinò inoltre agli israeliti di raccoglierne in brocche, ogni famiglia secondo il proprio bisogno; ogni giorno avrebbero raccolto quel cibo, solo il sesto giorno dovevano prenderne in quantità doppia poiché il sabato era giorno di riposo ed era proibito lavorare. Coloro i quali, avendo temuto di non ricevere ciò che era stato promesso, raccolsero più cibo di quanto fosse necessario a sfamarsi per un giorno, vi trovarono dentro dei vermi.

Allo stesso modo, non appena le riserve d'acqua furono terminate, il Signore ordinò a Mosè, nella località di Refidim, di andare su di un monte e ordinare alla roccia di sgorgare. Mosè tuttavia colpì due volte la roccia col suo bastone. Non appena la roccia venne battuta dalla verga del profeta, da essa sgorgò tutta l'acqua necessaria per gli israeliti. Quel luogo venne chiamato Massa e Meriba che significa prova e protesta.

Mentre erano ancora accampati in quella località, gli Israeliti vennero attaccati dai beduini Amaleciti. Mosè incaricò dunque Giosuè, suo futuro successore, di organizzare la difesa mentre lui sarebbe salito su un'altura lì vicina con Aronne e Cur per seguire i combattimenti dall'alto. Ogni volta che Mosè pregava, alzando le braccia e tenendo il bastone puntato verso il cielo, Israele vinceva mentre quando lo abbassava, perdeva. I combattimenti si prolungarono e il profeta riuscì a stento e grazie all'aiuto di Aronne e Cur a tenere le braccia alzate, permettendo così a Giosuè di vincere la battaglia e sconfiggere gli.
Gli israeliti giunsero infine, dopo tre mesi di cammino, ai piedi del monte Sinai dove si accamparono.
Su comando divino Mosè salì sulle pendici del monte Sinaie ricevette l'ordine di preparare il popolo poiché il Signore voleva mostrarsi loro e comunicare il suo volere. Dopo tre giorni di purificazione, gli israeliti videro tuoni e lampi scendere sul monte, che divenne come una fornace spaventati indietreggiarono e fu solo Mosè ad avanzare e a ricevere per bocca di Dio la legge dei dieci comandamenti.
Terrorizzati, gli israeliti supplicarono Mosè di salire verso il monte poiché essi avevano timore di morire per la paura. Il profeta obbedì ed entrò nella nube, scalando le pendici del Sinai, dove rimase per quaranta giorni e quaranta notti, accompagnato dal solo Giosuè, suo fedele collaboratore, che lo seguiva da lontano. Lì egli ricevette la legge, scritta su due tavole di pietra dal dito di Dio.A valle intanto il popolo d'Israele, credendo che Mosè fosse morto, implorò Aronne, che aveva preso il comando in assenza del fratello, di costruire per loro un idolo affinché li guidasse verso la Terra promessa. Venne così forgiato un vitello d'oro al quale gli israeliti sacrificarono e attorno al quale fecero bagordi. Sceso dal monte il profeta si accese d'ira, distrusse l'idolo e rimproverò aspramente Aronne che aveva tolto loro ogni freno.
Poi ritorno di nuovo sul monte Sinai per ricevere nuovamente la legge dal Signore.


L'arca dell'alleanza
Seguendo le prescrizioni ricevute sul Sinai, Mosè convocò i maggiori artisti del popolo d'Israele e ordinò loro di costruire una tenda, denominata Dimora, nella quale conservare le tavole della legge, deposte nella famosa Arca dell'alleanza, e poter celebrare sacrifici e pratiche rituali per mano del sacerdozio, capitanato da Aronne e dai suoi figli, nonché da tutta la tribù di Levi, che fu incaricata di occuparsi della sorveglianza e della cura della Dimora.


L'Arca dell'alleanza era una cassa di legno di acacia rivestita d'oro all'interno e all'esterno, con un coperchio d'oro puro sul quale erano collocate due statue di cherubini anch'esse d'oro, con le ali spiegate. Le dimensioni erano di circa 110×66×66 cm. Ai lati erano fissate con quattro anelli d'oro due stanghe di legno dorato, per le quali l'arca veniva sollevata quando la si trasportava.
All'interno della cassa erano conservati un vaso d'oro contenente la manna, la verga di Aronne e le Tavole della Legge.
Secondo la tradizione l'arca veniva trasportata coperta da un telo di pelle di tasso coperto da un ulteriore telo di stoffa turchino e, quando il popolo ebraico si fermava, veniva posta nella "Tenda del convegno" senza che venisse mai esposta al pubblico, se non in casi eccezionali.




domenica 26 ottobre 2014

In Egitto:dalla prigionia alla leberazione

Gli ebrei in Egitto

La storia di Giuseppe, narrata ampiamente nell'ultima parte del libro della Genesi, conclude l'epoca dei patriarchi e fa da congiunzione con avvenimenti narrati nel libro dell'esodo.
Giuseppe era l'undicesimo figlio di Giacobbe e di Rachele Giuseppe è il figlio prediletto di suo padre Giacobbe. Giacobbe infatti riversava su di lui l'amore che aveva per la moglie preferita: Rachele, morta alla nascita di Beniamino. Questa preferenza del padre, che si manifesta sotto la forma di una tunica donatagli all'età di 17 anni, alimenta la gelosia dei suoi fratellastri. La gelosia è alimentata anche dai sogni di Giuseppe: nel primo undici covoni di grano (rappresentanti i suoi undici fratellastri) si inchinano davanti al covone di grano confezionato da Giuseppe; nel secondo undici stelle, il sole (rappresentante il padre Giacobbe) e la luna (rappresentante la matrigna) si prostrano davanti a Giuseppe. Un giorno quando Giuseppe raggiunge i suoi fratelli che pascolano le greggi, essi complottano contro di lui. Il primogenito si oppone all'uccisione di Giuseppe, preferendo che venga gettato in fondo ad un pozzo. Propone infine di venderlo ad una carovana di mercanti di passaggio. Per venti monete d'argento, Giuseppe diventa schiavo e viene condotto dai mercanti in Egitto. I suoi fratelli utilizzano la tunica e del sangue di capra per far credere al padre Giacobbe che Giuseppe sia stato ucciso da una bestia feroce.




Arrivato in Egitto, Giuseppe è rivenduto come schiavo a Potifar un ufficiale del faraone, di cui diventa l'intendente. Essendo molto abile nel suo lavoro, Giuseppe fece prosperare negli anni le attività del suo padrone e si guadagnò la sua stima. Tuttavia la sua posizione favorevole mutò completamente quando la moglie di Potifar, innamoratosi di lui, tentò di sedurlo, senza successo. Per vendicarsi dell'umiliazione subita, la donna accusò Giuseppe di aver tentato di usarle violenza e chiese al marito che il giovane fosse punito. Giuseppe venne giudicato colpevole e rinchiuso in prigione, dove divise la cella con il coppiere e il panettiere del faraone, caduti in disgrazia. Un mattino i due uomini si svegliano e raccontano entrambi di aver fatto un sogno. Giuseppe li ascolta e interpreta le loro visioni. Al coppiere predice che sarà riconosciuto innocente e che riavrà la sua funzione a servizio del faraone; al panettiere invece annuncia che sarà condannato e impiccato. Tre giorni più tardi i sogni si realizzano, come li aveva interpretati Giuseppe.


 Il coppiere, rientrato a palazzo, suggerisce al faraone, due anni più tardi, di ricorrere a Giuseppe per interpretare due sogni che nessuno dei suoi maghi è riuscito a comprendere. Nel primo apparivano sette vacche grasse e sette vacche magre, mentre nell'altro si vedevano sette spighe piene e sette vuote. Giuseppe, condotto alla presenza del faraone, spiega i sogni premonitori e mette in guardia il sovrano. Predice infatti sette anni di abbondanti raccolti seguiti da sette anni di carestia. Giuseppe si guadagna la fiducia del faraone suggerendogli di fare delle scorte negli anni di abbondanza in modo da poterne usufruire in quelli di carestia. Il faraone favorevolmente impressionato dalla saggezza di Giuseppe lo libera dalla prigione e gli affida il ruolo di visir d'Egitto.



Giuseppe si sposa con un'egiziana di nome Asenat ed ha due figli: Efraim e Manasse. Durante i sette anni di abbondanza Giuseppe organizza la costituzione di riserve alimentari in grado di sfamare il popolo nei periodi di carestia e, quando la fame si abbatte sull'Egitto, è qui che tutte le popolazioni della regione e quelle confinanti, si riversano in cerca di approvvigionamenti. Tra quelli che arrivano in città per comprare del grano ci sono anche i fratelli di Giuseppe. Giuseppe li riconosce senza essere a sua volta riconosciuto. Per vendicarsi del loro comportamento passato, li fa incarcerare con un futile pretesto ma poi, desideroso di rivedere il fratello minore, Giuseppe escogita un sotterfugio. Decide quindi di tenere in ostaggio solo Simeone, e libera tutti gli altri, ingiungendo però loro che per salvare Simeone dovranno tornare in Egitto, accompagnati dal fratello più giovane, Beniamino. Disperati, i nove fratelli lasciano il palazzo e di li a qualche tempo si ripresentano con Beniamino. Giuseppe, soddisfatto, libera Simeone e finge magnanimità lasciandoli partire tutti insieme. Di nascosto però fa collocare una coppa d'argento nel sacco di Beniamino e con questo pretesto lo fa accusare di furto. Giuseppe minaccia di far incarcerare Beniamino ma un altro fratello si offre di prendere il suo posto per far sì che possa tornare dal padre Giacobbe, il quale morirebbe di dolore se perdesse anche questo figlio. Giuda rivela che la perdita di Giuseppe è già stato un colpo durissimo per l'anziano e che un'altra tragedia di questo tipo sarebbe fatale per lui. Vedendo come i suoi fratelli sono protettivi nei confronti di Beniamino, e quanto il loro comportamento è diverso da quello che avevano riservato a lui, Giuseppe, commosso, rivela la sua vera identità. La sorpresa è grande ma la gioia di ritrovare Giuseppe vivo lo è ancora di più e, convintosi che il loro pentimento è sincero, Giuseppe perdona i suoi fratelli ed invita tutta la famiglia a stabilirsi in Egitto.


Giacobbe alla vigilia della sua morte adotta come figli Efraim e Manasse e li benedice. Giuseppe muore all'età di 110 anni. Il suo corpo viene imbalsamato alla maniera egiziana e sarà riportato in terra di Canaan durante l'esodo.
http://www.bing.com/videos/search?q=giuseppe%20e%20i%20suoi%20fratelli&qs=AS&form=QBVR&pq=giuseppe%20e&sc=8-10&sp=1&sk=#view=detail&mid=0A8F3CF203526C0B8CCA0A8F3CF203526C0B8CCA


Tra storia e leggenda

Anche se non si parla direttamente di Giuseppe vi è comunque nella storia egizia ampia documentazione riguardo alla presenza di un popolo di origine semita e di provenienza siriana, gli hyksos, re-pastori che dal 1700 a.C. Regnarono su gran parte dell'Egitto. La schiavitù degli Ebrei invece corrispose a un periodo di ampia espansione politico-militare di quell'impero egiziano, che si estendeva dal fiume Eufrate, nella Siria settentrionale, sino alla Nubia.


Mosè e la rivelazione di Dio
Nel raccontare la vicenda degli Ebrei in Egitto (narrata nel libro dell'Esodo), la Bibbia introduce una delle figure più significative dell'Antico Testamento: Mosè.
Nato da Yochebed e Amram, il piccolo Mosè venne nascosto in un cesto dalla madre a solo tre mesi di vita, e deposto sulle rive del Nilo per essere salvato dalla persecuzione voluta da Faraone. Infatti il Faraone aveva detto al suo popolo: «Ecco che il popolo dei figli d'Israele è più numeroso e più forte di noi. Prendiamo provvedimenti nei suoi riguardi per impedire che aumenti, altrimenti, in caso di guerra, si unirà ai nostri avversari, combatterà contro di noi e poi partirà dal paese». Impose quindi agli Ebrei i lavori forzati per opprimerli. Ma il popolo ebreo continuava a aumentare così il re d'Egitto disse alle levatrici degli Ebrei di uccidere i figli maschi degli Ebrei, ma le levatrici non lo fecero. Allora il faraone diede quest'ordine a tutto il suo popolo: «Ogni figlio maschio che nascerà agli Ebrei, lo getterete nel Nilo, ma lascerete vivere ogni figlia». Dalle acque del Nilo, Mosè fu raccolto dalla figlia del sovrano che, commossa dal pianto del bambino, decise di adottarlo come suo figlio, affidandolo, su invito di Miriam, sorella del neonato, alla madre naturale affinché lo nutrisse.

Cresciuto alla corte egizia ed educato alla sua cultura (come successivamente accadrà anche a Daniele presso Nabucodonosor in Babilonia) Mosè si recò un giorno al cantiere degli israeliti dove, difendendo uno schiavo, uccise senza farsi vedere il sorvegliante che lo percuoteva ma, nascosto il corpo di questi nella sabbia, scoprì che l'omicidio era risaputo quando cercò di fermare la lite fra due schiavi. Ricercato dal faraone abbandonò l'Egitto e fuggì, attraverso il deserto, nella terra di Madian.


Fermatosi presso un pozzo, Mosè incontrò le sette figlie di Jethro, sacerdote di Madian, e le difese dall'assalto di alcuni pastori prepotenti. Le giovani, grate al loro difensore, lo presentarono al padre che lo invitò a rimanere con loro. A Madian, Mosè divenne pastore al servizio del sacerdote e ne sposò una delle figlie, Zippora, dalla quale ebbe due maschi: Gherson ed Eliezer.


Portando ai pascoli del monte Oreb le greggi, Mosè fu attratto dal meraviglioso prodigio d'un roveto che ardeva ma non si consumava; da questi giunse una voce che gli ordinava di togliersi i sandali perché calpestava una terra sacra, rivelandosi poi come il Dio dei patriarchi d'Israele che, avendo ascoltato il grido degli schiavi, aveva deciso di liberarli e condurli in una terra «dove scorre latte e miele». Mosè, ricevuto l'ordine di essere guida degli israeliti, rifiutò dapprima, per paura, l'incarico, chiedendo quale fosse il nome di Dio e come avrebbe potuto convincere il suo popolo che lui stesso l'aveva mandato per riscattarli. «Io sono colui che sono».

Il no nome di Dio

Dio si mostrò quindi a Mosè attraverso una teofania: un roveto che ardeva ma non si consumava. In quest'occasione Dio rivelò il proprio nome e investì Mosè della Missione.
Secondo la tradizione ebraica la parola JHWH (ovvero le quattro consonanti con cui si scrive il nome di Dio nella lingua ebraica) è il nome che Dio stesso si è dato apparendo nel roveto ardente a Mosè. Gli studiosi lo interpretano con il significato di “Io sono”. Altri invece gli riconoscono un significato di causa: “io faccio essere” ,” io porto esistenza”, “Io rendo presente in modo libero e gratuito”. Poiché JHWH è il nome di Dio ed è santo, secondo le usanze, gli Ebrei non lo pronunciano: quando lo incontrano nella lettura del testo biblico lo leggono come se fosse il termine Adonaj (che significa “Signore”) o la parola Eliohim (che significa “Dio”).

mercoledì 15 ottobre 2014

Abramo e i patriarchi

La chiamata di Abramo
Abramo è il primo patriarca dell'ebraismo, del cristianesimo e dell'islam. La sua storia è narrata nel Libro della Genesi ed è ripresa dal Corano.
Non esistono testimonianze indipendenti dal Genesi dell'esistenza di Abramo: non è quindi possibile attestare la sua storicità. In ogni caso possiamo collocare le vicende che lo riguardano in un periodo che va tra il XX ed il XIX secolo a.C. Nella Bibbia le storie dei patriarchi (Abramo,Isacco e Giacobbe), non sono delle biografie, né racconti storici nel senso comune del termine, ma di fissazione per iscritto di tradizioni orali trasmesse per generazioni di padre in figlio durante i secoli.
Secondo il racconto biblico il Dio unico Abram, figlio di Terach e fratello di Nacor e Aran, era un pastore che viveva nella città di Ur con la propria famiglia. Qui sposò Sarai e con tutta la famiglia si spostarono a Carran, città della Mesopotamia settentrionale (oggi in Turchia).
Un giorno Dio parlò ad Abramo, ordinandogli di lasciare la sua terra e di dirigersi nella terra che lui gli avrebbe indicato. Tre sono le promesse che Dio fa ad Abramo:
una numerosa discendenza; la benedizione, tramite lui, di tutti i popoli della Terra; la promessa di un territorio per la sua discendenza.



Abram, che aveva a quel punto 75 anni e non era ancora riuscito ad avere figli a causa della sterilità di Sarai, obbedì: radunò la carovana delle sue greggi e i suoi servi e partì, lasciando Carran, con sua moglie e il nipote Lot. Quando arrivò nel paese di Caanan, nei pressi di Sichem, Dio gli apparve in un luogo chiamato Betel ("Casa-di-Dio") e gli fece la promessa che quella terra sarebbe appartenuta alla sua discendenza. Lì, Abram costruì un altare. Poi piantò la tenda tra Betel e Ai e costruì un altro altare. Infine, si diresse verso il deserto del Negheb.


Per salvarsi dallacarestia a Canaan, Abram fuggì in Egitto, raccomandando a Sarai di spacciarsi per sua sorella, nel timore che la bellezza di lei potesse attrarre su di lui la violenza degli Egizi. In effetti, voci sulla bellezza di Sarai giunsero fino alle orecchie del faraone e marito e moglie vennero condotti a palazzo. Ad Abram vennero regalate numerose bestie.
Abram tornò nel Negheb dall'Egitto, dove si separò dal nipote Lot. Lot si trasferì nelle vicinanze della città di Sodoma.
Nello stesso luogo dove tempo prima Dio gli aveva parlato, Abram ebbe una nuova rivelazione da Dio: in lui sarebbero state benedette tutte le genti, gli avrebbe concesso una discendenza numerosa come le stelle del cielo e i granelli di sabbia del mare.

In una nuova visione, Dio confermò ad Abram l'alleanza, che si sarebbe estesa a tutta la sua discendenza. Sarai era sterile e avanti negli anni, quindi Abram ritenne opportuno accettare il suggerimento di Sara di avere un figlio con la schiava egiziana Agar, che chiamò Ismaele. Ma Dio apparve nuovamente ad Abramo tredici anni più tardi, confermando che Sarai gli avrebbe dato un figlio legittimo nonostante l'età avanzata, e cambiò . In questa occasione Dio dettò anche il precetto della circoncisione, come segno dell'alleanza di Abramo e della sua casa a Dio.


La circoncisione rituale è un rituale di passaggio consistente nella circoncisione del prepuzio maschile.
Otto giorni dopo la nascita di un figlio maschio gli Ebrei eseguono il rito di Brit Milah (circoncisione). Il rito risale proprio ai tempi di Abramo al quale, come detto sopra, fu ordinato di circoncidere se stesso e i suoi figli Ismaele e Isacco ,come segno della sua alleanza con Dio. Dato che Isacco aveva otto giorni di vita al momento della sua circoncisione, oggi il Brit milah viene pratico ai bambini che hanno raggiunto l’ottavo giorno di età. La cerimonia può essere rimandata per ragione di salute.








La prova di Abramo
In seguito, un giorno, Abramo vide davanti alla sua tenda tre uomini e li invitò a riposarsi. Diede loro,come gesto di ospitalità, dell'acqua per lavarsi i piedi e Sara preparò delle focacce e del vitello da mangiare. Essi si riposarono e mangiarono. Al momento di andare via, assicurarono che Sara, l'anno successivo, avrebbe avuto un figlio. Sara, all'udire queste parole si mise a ridere, perché era troppo vecchia per avere un bambino. Allora i viandanti risposero dicendo che niente è impossibile a Dio. Sul punto di andarsene, i viandanti rivelarono ad Abramo la volontà di Dio di distruggere Sodoma e Gomorra. Abramo intercedette allora per i giusti che sarebbero morti insieme agli empi e ottenne da Dio la promessa che se in tutta Sodoma e Gomorra avesse trovato solo dieci giusti, a motivo di quei dieci, avrebbe sicuramente risparmiato le città dalla distruzione.


Il libro della Genesi continua raccontando che l'anno dopo, Sara partorì un figlio maschio che venne chiamato Isacco , nome che significa “Risata” (perché Sara aveva riso all'idea di poter avere un figlio all'età di novant'anni). In seguito a ciò scoppiò una violenta gelosia tra Sara e Agar, al punto che Abramo decise di allontanare nel deserto Agar e suo figlio Ismaele , dando loro un pane e un otre d'acqua.
Quando Isacco era già un ragazzo, Dio mise alla prova Abramo: gli disse di andare sul monte Moria e di sacrificare il suo unico figlio. Abramo, accettò e obbedì senza discutere. Mentre legava Isacco per il sacrificio, però, apparve un angelo che disse ad Abramo di non far niente a suo figlio e che Dio aveva apprezzato la sua ubbidienza, benedicendolo "con ogni benedizione"e gli indicò un ariete da sacrificare al suo posto.
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Da Isacco a Giacobbe
Il popolo ebraico riconosce le proprie origini in Abramo e nella sua discendenza: i patriarchi, cioè le persone più autorevoli all'interno del gruppo.
  • Isacco, il figlio di Abramo, a sua volta ebbe da sua moglie Rebecca due figli: Esaù e Giacobbe.
  • Giacobbe è il figlio di Isacco e di Rebecca. Da Giacobbe discendono le dodici tribù d’Israele. Il suo nome significa letteralmente “soppiantatore” e deriva dal termine ebraico “ageb”, ossia “tallone”, “calcagno” e, più nello specifico, “afferrare per il calcagno o soppiantare”. Fu chiamato in questo modo perché al momento del parto teneva con la mano il calcagno del fratello gemello nato per primo, Esaù, e quindi erede della primogenitura. Com’è noto, tra i popoli orientali, ma non solo, il nome, col suo significato, rispecchiava una qualche qualità del nascituro o un’aspirazione dei genitori nei suoi riguardi. Così, questo è da tener presente anche quando a Giacobbe l’angelo di Dio nel famoso combattimento notturno, gli cambia il nome in “Israele” ovvero “colui che lottò col Signore e vinse”.


Giacobbe nacque e visse l’adolescenza nella terra di Canaan e riuscì ad ottenere i diritti della primogenitura (eredità spirituale e di governo) che spettavano al primogenito Esaù. La ottenne però con l’inganno e con la collaborazione della madre. Così avvenne che quando il padre Isacco era ammalato e praticamente cieco, Giacobbe, in assenza del fratello, si presentò a lui per ricevere la benedizione come da usanza ebraica. Per fare questo, dovette fingersi Esaù indossando pelli di capra sulle braccia per sembrare peloso al tatto (Esaù era molto peloso) e le vesti del fratello con il suo odore. Mettendo poi una mano sotto la coscia del padre e modificando la voce, gli offrì il famoso piatto di lenticchie e, così, ottenne la benedizione e con essa tutti i diritti della primogenitura.




Questo suscitò l’ira di Esaù e Giacobbe dovette riparare presso lo zio Labano. Durante il cammino Giacobbe dormì a Luz (poi detta Betel, casa di Dio) dove fece il famoso sogno della scala sulla quale salivano e scendevano gli angeli alla cui sommità c’era Dio che gli prediceva della sua numerosa discendenza. Giacobbe fece voto di riconoscerlo sempre come suo Dio.




Da Labano Giacobbe s’innamorò della figlia Rachele, ma per averla in sposa dovette riscattarla lavorando come pastore per sette anni. Al termine del periodo però Labano fece introdurre nella tenda di Giacobbe non Rachele ma la figlia maggiore, Lia. Il giorno dopo Giacobbe si accorse dell’inganno ma Labano si giustificò dicendo che l’usanza era quella di sposare prima la figlia maggiore se nubile. Labano, poi, in cambio di altri sette anni di servizio presso di lui, gli promette con certezza Rachele. Questa, divenuta moglie era sterile mentre Lia aveva dato alla luce dei capostipiti delle tribù d’Israele, Ruben, Simeone, Levi e Giuda. Così a Giacobbe fu offerta anche la schiava Bila (da cui Dan e Neftali) e poi ebbe da Lia anche la schiava Zilpa (da cui Gad e Aser). Da Lia poi nacquero Issacar, Zabulon e Dina. Ma Dio si ricordò di Rachele e nacque Giuseppe.
Intanto erano diventati difficili i rapporti con lo zio Labano e, attraverso una serie di raggiri, Giacobbe riuscì a partire ma Rachele prese di nascosto di tutti le divinità (statuette) pregate dal padre per la protezione.
Labano li inseguì ma non trovò le statuette nascoste da Rachele.
Durante il cammino Giacobbe ebbe una visione divina che lo confortò. Nelle vicinanze di Seir, nei dintorni del campo del fratello Esaù, Giacobbe inviò un messaggero per la pace e sperando nel suo perdono. Giacobbe passò la notte sullo Iabbok, un affluente del Giordano. Qui avvenne la lotta con l’angelo di Dio e Giacobbe acquistò il nuovo nome di Israele.


I due fratelli si riconciliarono. Qui avvenne poi la vicissitudine del rapimento di Dina da parte dei Sichemiti. In sostanza, con altri inganni i fratelli di Dina, dopo la finta alleanza suggellata con la circoncisione dei Sichemiti, approfittarono della debolezza fisica dei maschi dovuta alla circoncisione stessa, uccidendoli e saccheggiando ogni bene. Giacobbe condannò tale azione per le eventuali ritorsioni dei superstiti e dei popoli vicini. Nel cammino Rachele rimase incinta una seconda volta e mise alla luce Beniamino ma subito dopo morì.

Giacobbe riuscì a essere a Hebron accanto al padre proprio al momento della sua morte insieme con il fratello Esaù. Da questo momento in poi, Giacobbe si stanzia in questo luogo e la storia di Israele continua con i suoi figli e, in particolare, con Giuseppe, il figlio più amato che, venduto dai fratelli, riabbraccerà in Egitto come vicegovernatore.

Il patriarca Giacobbe morì in tarda età e fu seppellito dai figli nella caverna che acquistò Abramo a Macpela di fronte a Mamre.
Nonostante il suo vacillare Giacobbe fece la volontà di Dio che, attraverso Giacobbe, va oltre le leggi, oltre i legami familiari e si serve degli errori umani per fare la sua volontà.

lunedì 6 ottobre 2014

Una storia in chiave religiosa


Un Dio che si rivela nella storia




Le vicende del popolo ebraico sono narrate nella Bibbia , il testo sacro degli Ebrei. Quella biblica è però una testimonianza particolare, in quanto non si tratta di un racconto specificatamente storico. Gli Ebrei, infatti, interpretarono le vicende a loro storicamente accadute secondo un'ottica religiosa.
Quindi leggere e ascoltare il racconto biblico significa scoprire la storia di un popolo, perché la Bibbia è nata lentamente, grazie all’esperienza storica che alcuni uomini hanno fatto di Dio. La Bibbia è infatti l’attestazione scritta della memoria del popolo di Dio, e la Sacra Scrittura è una letteratura religiosa nata all’interno della storia d’Israele.
Per poter capire e studiare la Bibbia è pertanto indispensabile una pur minima conoscenza della storia d’Israele. Questo popolo, quindi, ha vissuto determinati avvenimenti storici che sono stati meditati, interpretati, scritti e tramandati fino a noi. La Bibbia di conseguenza è una rielaborazione delle vicende della storia di Israele, in cui si intende evidenziare la presenza di Dio in mezzo al popolo.
Leggendo la Bibbia si noterà che per il popolo d'Israele, sin dall’antichità, Dio appare come colui che è sempre presente,che parla all’uomo mediante la sua Parola (e il popolo deve custodire le sue
parole) e lo guida con il suo Spirito.






Per cui posiamo affermare che per gli ebrei, ma vedremo più avanti anche per i cristiani:
  • Dio parla agli uomini e si rivela nella trama storica dei grandi eventi della quotidianità: in quest'ottica le vicende terrene del popolo eletto diventano una manifestazione diretta dell'opera e della volontà di Dio:
  • La storia si svolge secondo il progetto di Dio che ha una sviluppo progressivo.si può dunque immaginare il racconto della Bibbia come un cammino dell'uomo con Dio che ha come fine ultimo la salvezza ( intesa semplicemente come conquista della Terra Promessa ma anche come liberazione dal male).

Storia e religione

Si afferma spesso che la Bibbia è un libro di religione e non di storia, il che è vero, ma un po' vago. Quello su cui non si riflette abbastanza è il fatta che quando essa è stata scritta come libro di religione, il concetto di religione era diverso da quello che abbiamo noi. La religione ebraica ( come tutte le religioni del Vicino Oriente) comprendeva in sé cose che oggi a noi appaiono esterne a essa. Ma quando un popolo diventa “santo”, ogni azione della vita quotidiana e ogni vicenda politica costituiscono un fenomeno religioso. Nella Bibbia è perciò difficile, diciamo pure impossibile, tracciare una linea di demarcazione tra quello che è storia e quello che è religione.

Il Dio degli Ebrei

Il Dio degli Ebrei come emerge dal racconto biblico,si presenta con caratteristiche precise:
  • è un Dio creatore di tutte le cose, che ha plasmato dal nulla il mondo e l'umanità e le ha fatte esistere per sua libera iniziativa. Il popolo d'Israele arriva a questa idea approfondendo la sua riflessione su Dio, di cui conosce esperimenta la fedeltà e la misericordia, e capisce che da Lui dipendono le origini del mondo intero e dell'umanità;
  • è un Dio liberatore. È Lui infatti che libera il popolo ebraico dalla schiavitù egizia e da quel momento in avanti Dio è colui che dice "presente" e gli è accanto per accompagnarlo e salvarlo da ogni tribolazione.
  • Di conseguenza è il Dio della vita che, intervenendo con il suo amore nella storia dell'uomo da Lui stesso creato, gli offre la salvezza vincendo il male, la divisione, la violenza. È dunque un Dio salvatore;
  • è il Dio alleato dell'uomo. Esso è sempre fedele a questa alleanza, infatti mantiene le sue promesse se il popolo si attiene a quanto gli ha richiesto, ma è disposto anche a comprendere l'errore umano e a dare agli uomini la possibilità di riscattarsi, permettendo così di nuovo l'instaurarsi del patto di fedeltà reciproca.  un Dio misericordioso cioè che per l'uomo prova un sentimento di compassione quando mostra i propri limiti morali o spirituali ( il peccato).


L'alleanza

Il termine “alleanza” deriva dall'ebraico berith e significa “determinazione a far qualcosa”, “patto”, “obbligo”.Il termine è usato per esprimere il legame tra Dio e l'uomo, che è un legame di tipo personale che esige fedeltà e impegno reciproci. L'alleanza tra Dio e il suo popolo è ua realtà nuova, che si esprime attraverso diversi avvenimenti della storia di Israele.
http://www.bing.com/videos/search?q=l'alleanza%20di%20Dio%20con%20il%20suo%20popolo&qs=n&form=QBVR&pq=l'alleanza%20di%20dio%20con%20il%20suo%20popolo&sc=0-0&sp=-1&sk=#view=detail&mid=CA47E40E765DA02508DDCA47E40E765DA02508DD