domenica 26 ottobre 2014

In Egitto:dalla prigionia alla leberazione

Gli ebrei in Egitto

La storia di Giuseppe, narrata ampiamente nell'ultima parte del libro della Genesi, conclude l'epoca dei patriarchi e fa da congiunzione con avvenimenti narrati nel libro dell'esodo.
Giuseppe era l'undicesimo figlio di Giacobbe e di Rachele Giuseppe è il figlio prediletto di suo padre Giacobbe. Giacobbe infatti riversava su di lui l'amore che aveva per la moglie preferita: Rachele, morta alla nascita di Beniamino. Questa preferenza del padre, che si manifesta sotto la forma di una tunica donatagli all'età di 17 anni, alimenta la gelosia dei suoi fratellastri. La gelosia è alimentata anche dai sogni di Giuseppe: nel primo undici covoni di grano (rappresentanti i suoi undici fratellastri) si inchinano davanti al covone di grano confezionato da Giuseppe; nel secondo undici stelle, il sole (rappresentante il padre Giacobbe) e la luna (rappresentante la matrigna) si prostrano davanti a Giuseppe. Un giorno quando Giuseppe raggiunge i suoi fratelli che pascolano le greggi, essi complottano contro di lui. Il primogenito si oppone all'uccisione di Giuseppe, preferendo che venga gettato in fondo ad un pozzo. Propone infine di venderlo ad una carovana di mercanti di passaggio. Per venti monete d'argento, Giuseppe diventa schiavo e viene condotto dai mercanti in Egitto. I suoi fratelli utilizzano la tunica e del sangue di capra per far credere al padre Giacobbe che Giuseppe sia stato ucciso da una bestia feroce.




Arrivato in Egitto, Giuseppe è rivenduto come schiavo a Potifar un ufficiale del faraone, di cui diventa l'intendente. Essendo molto abile nel suo lavoro, Giuseppe fece prosperare negli anni le attività del suo padrone e si guadagnò la sua stima. Tuttavia la sua posizione favorevole mutò completamente quando la moglie di Potifar, innamoratosi di lui, tentò di sedurlo, senza successo. Per vendicarsi dell'umiliazione subita, la donna accusò Giuseppe di aver tentato di usarle violenza e chiese al marito che il giovane fosse punito. Giuseppe venne giudicato colpevole e rinchiuso in prigione, dove divise la cella con il coppiere e il panettiere del faraone, caduti in disgrazia. Un mattino i due uomini si svegliano e raccontano entrambi di aver fatto un sogno. Giuseppe li ascolta e interpreta le loro visioni. Al coppiere predice che sarà riconosciuto innocente e che riavrà la sua funzione a servizio del faraone; al panettiere invece annuncia che sarà condannato e impiccato. Tre giorni più tardi i sogni si realizzano, come li aveva interpretati Giuseppe.


 Il coppiere, rientrato a palazzo, suggerisce al faraone, due anni più tardi, di ricorrere a Giuseppe per interpretare due sogni che nessuno dei suoi maghi è riuscito a comprendere. Nel primo apparivano sette vacche grasse e sette vacche magre, mentre nell'altro si vedevano sette spighe piene e sette vuote. Giuseppe, condotto alla presenza del faraone, spiega i sogni premonitori e mette in guardia il sovrano. Predice infatti sette anni di abbondanti raccolti seguiti da sette anni di carestia. Giuseppe si guadagna la fiducia del faraone suggerendogli di fare delle scorte negli anni di abbondanza in modo da poterne usufruire in quelli di carestia. Il faraone favorevolmente impressionato dalla saggezza di Giuseppe lo libera dalla prigione e gli affida il ruolo di visir d'Egitto.



Giuseppe si sposa con un'egiziana di nome Asenat ed ha due figli: Efraim e Manasse. Durante i sette anni di abbondanza Giuseppe organizza la costituzione di riserve alimentari in grado di sfamare il popolo nei periodi di carestia e, quando la fame si abbatte sull'Egitto, è qui che tutte le popolazioni della regione e quelle confinanti, si riversano in cerca di approvvigionamenti. Tra quelli che arrivano in città per comprare del grano ci sono anche i fratelli di Giuseppe. Giuseppe li riconosce senza essere a sua volta riconosciuto. Per vendicarsi del loro comportamento passato, li fa incarcerare con un futile pretesto ma poi, desideroso di rivedere il fratello minore, Giuseppe escogita un sotterfugio. Decide quindi di tenere in ostaggio solo Simeone, e libera tutti gli altri, ingiungendo però loro che per salvare Simeone dovranno tornare in Egitto, accompagnati dal fratello più giovane, Beniamino. Disperati, i nove fratelli lasciano il palazzo e di li a qualche tempo si ripresentano con Beniamino. Giuseppe, soddisfatto, libera Simeone e finge magnanimità lasciandoli partire tutti insieme. Di nascosto però fa collocare una coppa d'argento nel sacco di Beniamino e con questo pretesto lo fa accusare di furto. Giuseppe minaccia di far incarcerare Beniamino ma un altro fratello si offre di prendere il suo posto per far sì che possa tornare dal padre Giacobbe, il quale morirebbe di dolore se perdesse anche questo figlio. Giuda rivela che la perdita di Giuseppe è già stato un colpo durissimo per l'anziano e che un'altra tragedia di questo tipo sarebbe fatale per lui. Vedendo come i suoi fratelli sono protettivi nei confronti di Beniamino, e quanto il loro comportamento è diverso da quello che avevano riservato a lui, Giuseppe, commosso, rivela la sua vera identità. La sorpresa è grande ma la gioia di ritrovare Giuseppe vivo lo è ancora di più e, convintosi che il loro pentimento è sincero, Giuseppe perdona i suoi fratelli ed invita tutta la famiglia a stabilirsi in Egitto.


Giacobbe alla vigilia della sua morte adotta come figli Efraim e Manasse e li benedice. Giuseppe muore all'età di 110 anni. Il suo corpo viene imbalsamato alla maniera egiziana e sarà riportato in terra di Canaan durante l'esodo.
http://www.bing.com/videos/search?q=giuseppe%20e%20i%20suoi%20fratelli&qs=AS&form=QBVR&pq=giuseppe%20e&sc=8-10&sp=1&sk=#view=detail&mid=0A8F3CF203526C0B8CCA0A8F3CF203526C0B8CCA


Tra storia e leggenda

Anche se non si parla direttamente di Giuseppe vi è comunque nella storia egizia ampia documentazione riguardo alla presenza di un popolo di origine semita e di provenienza siriana, gli hyksos, re-pastori che dal 1700 a.C. Regnarono su gran parte dell'Egitto. La schiavitù degli Ebrei invece corrispose a un periodo di ampia espansione politico-militare di quell'impero egiziano, che si estendeva dal fiume Eufrate, nella Siria settentrionale, sino alla Nubia.


Mosè e la rivelazione di Dio
Nel raccontare la vicenda degli Ebrei in Egitto (narrata nel libro dell'Esodo), la Bibbia introduce una delle figure più significative dell'Antico Testamento: Mosè.
Nato da Yochebed e Amram, il piccolo Mosè venne nascosto in un cesto dalla madre a solo tre mesi di vita, e deposto sulle rive del Nilo per essere salvato dalla persecuzione voluta da Faraone. Infatti il Faraone aveva detto al suo popolo: «Ecco che il popolo dei figli d'Israele è più numeroso e più forte di noi. Prendiamo provvedimenti nei suoi riguardi per impedire che aumenti, altrimenti, in caso di guerra, si unirà ai nostri avversari, combatterà contro di noi e poi partirà dal paese». Impose quindi agli Ebrei i lavori forzati per opprimerli. Ma il popolo ebreo continuava a aumentare così il re d'Egitto disse alle levatrici degli Ebrei di uccidere i figli maschi degli Ebrei, ma le levatrici non lo fecero. Allora il faraone diede quest'ordine a tutto il suo popolo: «Ogni figlio maschio che nascerà agli Ebrei, lo getterete nel Nilo, ma lascerete vivere ogni figlia». Dalle acque del Nilo, Mosè fu raccolto dalla figlia del sovrano che, commossa dal pianto del bambino, decise di adottarlo come suo figlio, affidandolo, su invito di Miriam, sorella del neonato, alla madre naturale affinché lo nutrisse.

Cresciuto alla corte egizia ed educato alla sua cultura (come successivamente accadrà anche a Daniele presso Nabucodonosor in Babilonia) Mosè si recò un giorno al cantiere degli israeliti dove, difendendo uno schiavo, uccise senza farsi vedere il sorvegliante che lo percuoteva ma, nascosto il corpo di questi nella sabbia, scoprì che l'omicidio era risaputo quando cercò di fermare la lite fra due schiavi. Ricercato dal faraone abbandonò l'Egitto e fuggì, attraverso il deserto, nella terra di Madian.


Fermatosi presso un pozzo, Mosè incontrò le sette figlie di Jethro, sacerdote di Madian, e le difese dall'assalto di alcuni pastori prepotenti. Le giovani, grate al loro difensore, lo presentarono al padre che lo invitò a rimanere con loro. A Madian, Mosè divenne pastore al servizio del sacerdote e ne sposò una delle figlie, Zippora, dalla quale ebbe due maschi: Gherson ed Eliezer.


Portando ai pascoli del monte Oreb le greggi, Mosè fu attratto dal meraviglioso prodigio d'un roveto che ardeva ma non si consumava; da questi giunse una voce che gli ordinava di togliersi i sandali perché calpestava una terra sacra, rivelandosi poi come il Dio dei patriarchi d'Israele che, avendo ascoltato il grido degli schiavi, aveva deciso di liberarli e condurli in una terra «dove scorre latte e miele». Mosè, ricevuto l'ordine di essere guida degli israeliti, rifiutò dapprima, per paura, l'incarico, chiedendo quale fosse il nome di Dio e come avrebbe potuto convincere il suo popolo che lui stesso l'aveva mandato per riscattarli. «Io sono colui che sono».

Il no nome di Dio

Dio si mostrò quindi a Mosè attraverso una teofania: un roveto che ardeva ma non si consumava. In quest'occasione Dio rivelò il proprio nome e investì Mosè della Missione.
Secondo la tradizione ebraica la parola JHWH (ovvero le quattro consonanti con cui si scrive il nome di Dio nella lingua ebraica) è il nome che Dio stesso si è dato apparendo nel roveto ardente a Mosè. Gli studiosi lo interpretano con il significato di “Io sono”. Altri invece gli riconoscono un significato di causa: “io faccio essere” ,” io porto esistenza”, “Io rendo presente in modo libero e gratuito”. Poiché JHWH è il nome di Dio ed è santo, secondo le usanze, gli Ebrei non lo pronunciano: quando lo incontrano nella lettura del testo biblico lo leggono come se fosse il termine Adonaj (che significa “Signore”) o la parola Eliohim (che significa “Dio”).

mercoledì 15 ottobre 2014

Abramo e i patriarchi

La chiamata di Abramo
Abramo è il primo patriarca dell'ebraismo, del cristianesimo e dell'islam. La sua storia è narrata nel Libro della Genesi ed è ripresa dal Corano.
Non esistono testimonianze indipendenti dal Genesi dell'esistenza di Abramo: non è quindi possibile attestare la sua storicità. In ogni caso possiamo collocare le vicende che lo riguardano in un periodo che va tra il XX ed il XIX secolo a.C. Nella Bibbia le storie dei patriarchi (Abramo,Isacco e Giacobbe), non sono delle biografie, né racconti storici nel senso comune del termine, ma di fissazione per iscritto di tradizioni orali trasmesse per generazioni di padre in figlio durante i secoli.
Secondo il racconto biblico il Dio unico Abram, figlio di Terach e fratello di Nacor e Aran, era un pastore che viveva nella città di Ur con la propria famiglia. Qui sposò Sarai e con tutta la famiglia si spostarono a Carran, città della Mesopotamia settentrionale (oggi in Turchia).
Un giorno Dio parlò ad Abramo, ordinandogli di lasciare la sua terra e di dirigersi nella terra che lui gli avrebbe indicato. Tre sono le promesse che Dio fa ad Abramo:
una numerosa discendenza; la benedizione, tramite lui, di tutti i popoli della Terra; la promessa di un territorio per la sua discendenza.



Abram, che aveva a quel punto 75 anni e non era ancora riuscito ad avere figli a causa della sterilità di Sarai, obbedì: radunò la carovana delle sue greggi e i suoi servi e partì, lasciando Carran, con sua moglie e il nipote Lot. Quando arrivò nel paese di Caanan, nei pressi di Sichem, Dio gli apparve in un luogo chiamato Betel ("Casa-di-Dio") e gli fece la promessa che quella terra sarebbe appartenuta alla sua discendenza. Lì, Abram costruì un altare. Poi piantò la tenda tra Betel e Ai e costruì un altro altare. Infine, si diresse verso il deserto del Negheb.


Per salvarsi dallacarestia a Canaan, Abram fuggì in Egitto, raccomandando a Sarai di spacciarsi per sua sorella, nel timore che la bellezza di lei potesse attrarre su di lui la violenza degli Egizi. In effetti, voci sulla bellezza di Sarai giunsero fino alle orecchie del faraone e marito e moglie vennero condotti a palazzo. Ad Abram vennero regalate numerose bestie.
Abram tornò nel Negheb dall'Egitto, dove si separò dal nipote Lot. Lot si trasferì nelle vicinanze della città di Sodoma.
Nello stesso luogo dove tempo prima Dio gli aveva parlato, Abram ebbe una nuova rivelazione da Dio: in lui sarebbero state benedette tutte le genti, gli avrebbe concesso una discendenza numerosa come le stelle del cielo e i granelli di sabbia del mare.

In una nuova visione, Dio confermò ad Abram l'alleanza, che si sarebbe estesa a tutta la sua discendenza. Sarai era sterile e avanti negli anni, quindi Abram ritenne opportuno accettare il suggerimento di Sara di avere un figlio con la schiava egiziana Agar, che chiamò Ismaele. Ma Dio apparve nuovamente ad Abramo tredici anni più tardi, confermando che Sarai gli avrebbe dato un figlio legittimo nonostante l'età avanzata, e cambiò . In questa occasione Dio dettò anche il precetto della circoncisione, come segno dell'alleanza di Abramo e della sua casa a Dio.


La circoncisione rituale è un rituale di passaggio consistente nella circoncisione del prepuzio maschile.
Otto giorni dopo la nascita di un figlio maschio gli Ebrei eseguono il rito di Brit Milah (circoncisione). Il rito risale proprio ai tempi di Abramo al quale, come detto sopra, fu ordinato di circoncidere se stesso e i suoi figli Ismaele e Isacco ,come segno della sua alleanza con Dio. Dato che Isacco aveva otto giorni di vita al momento della sua circoncisione, oggi il Brit milah viene pratico ai bambini che hanno raggiunto l’ottavo giorno di età. La cerimonia può essere rimandata per ragione di salute.








La prova di Abramo
In seguito, un giorno, Abramo vide davanti alla sua tenda tre uomini e li invitò a riposarsi. Diede loro,come gesto di ospitalità, dell'acqua per lavarsi i piedi e Sara preparò delle focacce e del vitello da mangiare. Essi si riposarono e mangiarono. Al momento di andare via, assicurarono che Sara, l'anno successivo, avrebbe avuto un figlio. Sara, all'udire queste parole si mise a ridere, perché era troppo vecchia per avere un bambino. Allora i viandanti risposero dicendo che niente è impossibile a Dio. Sul punto di andarsene, i viandanti rivelarono ad Abramo la volontà di Dio di distruggere Sodoma e Gomorra. Abramo intercedette allora per i giusti che sarebbero morti insieme agli empi e ottenne da Dio la promessa che se in tutta Sodoma e Gomorra avesse trovato solo dieci giusti, a motivo di quei dieci, avrebbe sicuramente risparmiato le città dalla distruzione.


Il libro della Genesi continua raccontando che l'anno dopo, Sara partorì un figlio maschio che venne chiamato Isacco , nome che significa “Risata” (perché Sara aveva riso all'idea di poter avere un figlio all'età di novant'anni). In seguito a ciò scoppiò una violenta gelosia tra Sara e Agar, al punto che Abramo decise di allontanare nel deserto Agar e suo figlio Ismaele , dando loro un pane e un otre d'acqua.
Quando Isacco era già un ragazzo, Dio mise alla prova Abramo: gli disse di andare sul monte Moria e di sacrificare il suo unico figlio. Abramo, accettò e obbedì senza discutere. Mentre legava Isacco per il sacrificio, però, apparve un angelo che disse ad Abramo di non far niente a suo figlio e che Dio aveva apprezzato la sua ubbidienza, benedicendolo "con ogni benedizione"e gli indicò un ariete da sacrificare al suo posto.
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Da Isacco a Giacobbe
Il popolo ebraico riconosce le proprie origini in Abramo e nella sua discendenza: i patriarchi, cioè le persone più autorevoli all'interno del gruppo.
  • Isacco, il figlio di Abramo, a sua volta ebbe da sua moglie Rebecca due figli: Esaù e Giacobbe.
  • Giacobbe è il figlio di Isacco e di Rebecca. Da Giacobbe discendono le dodici tribù d’Israele. Il suo nome significa letteralmente “soppiantatore” e deriva dal termine ebraico “ageb”, ossia “tallone”, “calcagno” e, più nello specifico, “afferrare per il calcagno o soppiantare”. Fu chiamato in questo modo perché al momento del parto teneva con la mano il calcagno del fratello gemello nato per primo, Esaù, e quindi erede della primogenitura. Com’è noto, tra i popoli orientali, ma non solo, il nome, col suo significato, rispecchiava una qualche qualità del nascituro o un’aspirazione dei genitori nei suoi riguardi. Così, questo è da tener presente anche quando a Giacobbe l’angelo di Dio nel famoso combattimento notturno, gli cambia il nome in “Israele” ovvero “colui che lottò col Signore e vinse”.


Giacobbe nacque e visse l’adolescenza nella terra di Canaan e riuscì ad ottenere i diritti della primogenitura (eredità spirituale e di governo) che spettavano al primogenito Esaù. La ottenne però con l’inganno e con la collaborazione della madre. Così avvenne che quando il padre Isacco era ammalato e praticamente cieco, Giacobbe, in assenza del fratello, si presentò a lui per ricevere la benedizione come da usanza ebraica. Per fare questo, dovette fingersi Esaù indossando pelli di capra sulle braccia per sembrare peloso al tatto (Esaù era molto peloso) e le vesti del fratello con il suo odore. Mettendo poi una mano sotto la coscia del padre e modificando la voce, gli offrì il famoso piatto di lenticchie e, così, ottenne la benedizione e con essa tutti i diritti della primogenitura.




Questo suscitò l’ira di Esaù e Giacobbe dovette riparare presso lo zio Labano. Durante il cammino Giacobbe dormì a Luz (poi detta Betel, casa di Dio) dove fece il famoso sogno della scala sulla quale salivano e scendevano gli angeli alla cui sommità c’era Dio che gli prediceva della sua numerosa discendenza. Giacobbe fece voto di riconoscerlo sempre come suo Dio.




Da Labano Giacobbe s’innamorò della figlia Rachele, ma per averla in sposa dovette riscattarla lavorando come pastore per sette anni. Al termine del periodo però Labano fece introdurre nella tenda di Giacobbe non Rachele ma la figlia maggiore, Lia. Il giorno dopo Giacobbe si accorse dell’inganno ma Labano si giustificò dicendo che l’usanza era quella di sposare prima la figlia maggiore se nubile. Labano, poi, in cambio di altri sette anni di servizio presso di lui, gli promette con certezza Rachele. Questa, divenuta moglie era sterile mentre Lia aveva dato alla luce dei capostipiti delle tribù d’Israele, Ruben, Simeone, Levi e Giuda. Così a Giacobbe fu offerta anche la schiava Bila (da cui Dan e Neftali) e poi ebbe da Lia anche la schiava Zilpa (da cui Gad e Aser). Da Lia poi nacquero Issacar, Zabulon e Dina. Ma Dio si ricordò di Rachele e nacque Giuseppe.
Intanto erano diventati difficili i rapporti con lo zio Labano e, attraverso una serie di raggiri, Giacobbe riuscì a partire ma Rachele prese di nascosto di tutti le divinità (statuette) pregate dal padre per la protezione.
Labano li inseguì ma non trovò le statuette nascoste da Rachele.
Durante il cammino Giacobbe ebbe una visione divina che lo confortò. Nelle vicinanze di Seir, nei dintorni del campo del fratello Esaù, Giacobbe inviò un messaggero per la pace e sperando nel suo perdono. Giacobbe passò la notte sullo Iabbok, un affluente del Giordano. Qui avvenne la lotta con l’angelo di Dio e Giacobbe acquistò il nuovo nome di Israele.


I due fratelli si riconciliarono. Qui avvenne poi la vicissitudine del rapimento di Dina da parte dei Sichemiti. In sostanza, con altri inganni i fratelli di Dina, dopo la finta alleanza suggellata con la circoncisione dei Sichemiti, approfittarono della debolezza fisica dei maschi dovuta alla circoncisione stessa, uccidendoli e saccheggiando ogni bene. Giacobbe condannò tale azione per le eventuali ritorsioni dei superstiti e dei popoli vicini. Nel cammino Rachele rimase incinta una seconda volta e mise alla luce Beniamino ma subito dopo morì.

Giacobbe riuscì a essere a Hebron accanto al padre proprio al momento della sua morte insieme con il fratello Esaù. Da questo momento in poi, Giacobbe si stanzia in questo luogo e la storia di Israele continua con i suoi figli e, in particolare, con Giuseppe, il figlio più amato che, venduto dai fratelli, riabbraccerà in Egitto come vicegovernatore.

Il patriarca Giacobbe morì in tarda età e fu seppellito dai figli nella caverna che acquistò Abramo a Macpela di fronte a Mamre.
Nonostante il suo vacillare Giacobbe fece la volontà di Dio che, attraverso Giacobbe, va oltre le leggi, oltre i legami familiari e si serve degli errori umani per fare la sua volontà.

lunedì 6 ottobre 2014

Una storia in chiave religiosa


Un Dio che si rivela nella storia




Le vicende del popolo ebraico sono narrate nella Bibbia , il testo sacro degli Ebrei. Quella biblica è però una testimonianza particolare, in quanto non si tratta di un racconto specificatamente storico. Gli Ebrei, infatti, interpretarono le vicende a loro storicamente accadute secondo un'ottica religiosa.
Quindi leggere e ascoltare il racconto biblico significa scoprire la storia di un popolo, perché la Bibbia è nata lentamente, grazie all’esperienza storica che alcuni uomini hanno fatto di Dio. La Bibbia è infatti l’attestazione scritta della memoria del popolo di Dio, e la Sacra Scrittura è una letteratura religiosa nata all’interno della storia d’Israele.
Per poter capire e studiare la Bibbia è pertanto indispensabile una pur minima conoscenza della storia d’Israele. Questo popolo, quindi, ha vissuto determinati avvenimenti storici che sono stati meditati, interpretati, scritti e tramandati fino a noi. La Bibbia di conseguenza è una rielaborazione delle vicende della storia di Israele, in cui si intende evidenziare la presenza di Dio in mezzo al popolo.
Leggendo la Bibbia si noterà che per il popolo d'Israele, sin dall’antichità, Dio appare come colui che è sempre presente,che parla all’uomo mediante la sua Parola (e il popolo deve custodire le sue
parole) e lo guida con il suo Spirito.






Per cui posiamo affermare che per gli ebrei, ma vedremo più avanti anche per i cristiani:
  • Dio parla agli uomini e si rivela nella trama storica dei grandi eventi della quotidianità: in quest'ottica le vicende terrene del popolo eletto diventano una manifestazione diretta dell'opera e della volontà di Dio:
  • La storia si svolge secondo il progetto di Dio che ha una sviluppo progressivo.si può dunque immaginare il racconto della Bibbia come un cammino dell'uomo con Dio che ha come fine ultimo la salvezza ( intesa semplicemente come conquista della Terra Promessa ma anche come liberazione dal male).

Storia e religione

Si afferma spesso che la Bibbia è un libro di religione e non di storia, il che è vero, ma un po' vago. Quello su cui non si riflette abbastanza è il fatta che quando essa è stata scritta come libro di religione, il concetto di religione era diverso da quello che abbiamo noi. La religione ebraica ( come tutte le religioni del Vicino Oriente) comprendeva in sé cose che oggi a noi appaiono esterne a essa. Ma quando un popolo diventa “santo”, ogni azione della vita quotidiana e ogni vicenda politica costituiscono un fenomeno religioso. Nella Bibbia è perciò difficile, diciamo pure impossibile, tracciare una linea di demarcazione tra quello che è storia e quello che è religione.

Il Dio degli Ebrei

Il Dio degli Ebrei come emerge dal racconto biblico,si presenta con caratteristiche precise:
  • è un Dio creatore di tutte le cose, che ha plasmato dal nulla il mondo e l'umanità e le ha fatte esistere per sua libera iniziativa. Il popolo d'Israele arriva a questa idea approfondendo la sua riflessione su Dio, di cui conosce esperimenta la fedeltà e la misericordia, e capisce che da Lui dipendono le origini del mondo intero e dell'umanità;
  • è un Dio liberatore. È Lui infatti che libera il popolo ebraico dalla schiavitù egizia e da quel momento in avanti Dio è colui che dice "presente" e gli è accanto per accompagnarlo e salvarlo da ogni tribolazione.
  • Di conseguenza è il Dio della vita che, intervenendo con il suo amore nella storia dell'uomo da Lui stesso creato, gli offre la salvezza vincendo il male, la divisione, la violenza. È dunque un Dio salvatore;
  • è il Dio alleato dell'uomo. Esso è sempre fedele a questa alleanza, infatti mantiene le sue promesse se il popolo si attiene a quanto gli ha richiesto, ma è disposto anche a comprendere l'errore umano e a dare agli uomini la possibilità di riscattarsi, permettendo così di nuovo l'instaurarsi del patto di fedeltà reciproca.  un Dio misericordioso cioè che per l'uomo prova un sentimento di compassione quando mostra i propri limiti morali o spirituali ( il peccato).


L'alleanza

Il termine “alleanza” deriva dall'ebraico berith e significa “determinazione a far qualcosa”, “patto”, “obbligo”.Il termine è usato per esprimere il legame tra Dio e l'uomo, che è un legame di tipo personale che esige fedeltà e impegno reciproci. L'alleanza tra Dio e il suo popolo è ua realtà nuova, che si esprime attraverso diversi avvenimenti della storia di Israele.
http://www.bing.com/videos/search?q=l'alleanza%20di%20Dio%20con%20il%20suo%20popolo&qs=n&form=QBVR&pq=l'alleanza%20di%20dio%20con%20il%20suo%20popolo&sc=0-0&sp=-1&sk=#view=detail&mid=CA47E40E765DA02508DDCA47E40E765DA02508DD

domenica 28 settembre 2014

Da molti dèi al Dio unico

L'ebraismo, una cultura originale


Tra le esperienze religiose dei popoli che abitarono la Mezzaluna Fertile, se ne distinse una in particolare. Quella del popolo ebraico (noto come Israele), stanziato nella regione del Canaan.
Il Canaan è una piccola zona, ma situata in una posizione strategica,tra Egitto e Mesopotamia. A causa della sua condizione di passaggio obbligato per raggiungere le due regioni, esso fu spesso terreno di battaglia e oggetto di contesa tra queste popolazioni.


Proprio per questa posizione questo territorio fu aperto a molteplici influenze: Egizi, Sumeri, assiri, Babilonesi, persiani, ma anche Greci e Romani diedero il loro apporto al pensiero e alla cultura della civiltà ebraica.
Essa tuttavia sviluppò delle caratteristiche assolutamente originali rispetto a quelle delle civiltà vicine contemporanee.
http://www.youtube.com/watch?v=QQxuMqwJ47w
L'Ebraismo dunque è una delle più antiche religioni monoteistiche, dalla quale è derivato anche il cristianesimo e il cui nucleo originario risale alla credenza in un Dio nazionale, Yahweh, che stringe con il suo popolo un patto speciale. Probabilmente gli ebrei avevano in origine una religione simile a quella dei popoli vicini e , quindi, il monoteismo sorse gradualmente.


Una religione particolare

Come detto sopra ad un certo punto il politeismo praticato nella Mezzaluna Fertile venne rifiutato dagli Ebrei in nome di una divinità che si presentava non solo come superiore alle altre, ma anche come esclusiva e unica.
La particolarità della cultura ebraica riguarda, dunque, il suo credo religioso monoteista. Il Dio degli Ebrei, infatti, è un Dio unico, che si rivela (religione rivelata) e che si manifesta nella storia umana con un progetto di salvezza per l'umanità, garantendole cioè cioè il riscatto dalla sua situazione di peccato commesso da Adamo ed Eva
Una religione si definisce rivelata, quando essa afferma di fondarsi, in tutto o in parte, sulla comunicazio di conoscenze trasmesse dalla propria divinità agli uomini. Tali conoscenze vanno col nome di verità rivelate.
http://www.youtube.com/watch?v=Lh_U1uFeLIY
Tra le più antiche religioni rivelate citiamo, oltre all'Ebraismo, ricordiamo il Cristianesimo e l'Islam le verità rivelate di cui esse sono depositarie costituiscono i loro Testi sacri: rispettivamente la Bibbia ebraica, la Bibbia cristiana ed il Corano.


Le religioni monoteiste

Con il popolo ebraico entra dunque nella storia una nuova concezione di Dio, quella monoteistica.
Per monoteismo (dal greco "monos" = unico, solo e "Theos" = dio) si intende la fede in una sola divinità.
Tra le più antiche religioni monoteiste e rivelate citiamo, oltre all'Ebraismo, ricordiamo il Cristianesimo e l'Islam, le verità rivelate di cui esse sono depositarie costituiscono i loro Testi sacri rispettivamente: la Bibbia ebraica, la Bibbia cristiana ed il Corano.
Esse non solo ritengono che Dio sia unico ma anche:
  • che sia distinto dal mondo (cioè che sia trascendente) nel contempo che entri in relazione con esso;
Trascendente. Che supera i limiti dell'esperienza sensibile, che si pone al di fuori della realtà oggettiva (verificabile o materiale)
  • che abbia creato liberamente l'uomo;
  • che il disegno di salvezza che Dio mette in atto per liberare l'uomo dai peccati si attui nel corso della storia individuale e universale, per realizzarsi però completamente nell'aldilà.
Le tre religioni monoteistiche sono dette rivelate, in quanto Dio in persona prende l'iniziativa e si fa conoscere, incontra l'uomo entrando nella sua storia, dialoga e interagisce con lui.

Il popolo ebraico

Chi erano gli Ebrei?
Gli Ebrei erano un popolo di pastori nomadi di origine semita.
Dove erano insediati gli Ebrei?
Inizialmente gli ebrei vivevano ad Ur in Caldea, una zona della Mesopotamia
Quali spostamenti furono effettuati dagli Ebrei?
Intorno al 2000 a.C., essi si spostarono verso Haran nell'alto Eufrate e qui restarono per alcuni secoli dedicandosi alla pastorizia e dediti all'idolatria.
Quindi, guidati dal patriarca Abramo, si spostarono verso la parte meridionale della Siria, chiamata dai Palestina e dagli Ebrei Terra di Canaan.
Chi furono i patriarchi?
L'espressione patriarca deriva dal termine padre e viene usata per indicare l'anziano a capo della tribù.
Il primo patriarca del popolo ebreo fu Abramo. A lui seguì il figlio Isacco che continuò la vita nomade.
Isacco ebbe due figli Esaù e Giacobbe e quest'ultimo ebbe 12 figli tra cui Giuseppe.
L'ultimo patriarca fu Giosuè.
Quando e perché gli Ebrei si spostarono in Egitto?
Gli Ebrei si spostarono in Egitto intorno al 1700 a.C. poiché la Terra di Canaan subì delle gravi carestie.
Secondo il racconto biblico, Giuseppe, figlio di Giacobbe, fu venduto come schiavo dai fratelli invidiosi ad alcuni mercanti egiziani. Portato in Egitto, dopo varie sventure, si guadagnò la fiducia del Faraone per aver previsto per il paese sette anni di abbondanza seguiti da sette anni di carestia e per aver provveduto a prendere le misure necessarie per contrastare la futura mancanza di grano e di cibo. Così Giuseppe divenne ministro del Faraone.
Durante la carestia, Giuseppe avrebbe fatto arrivare in Egitto il padre e i fratelli e assegnato loro la terra di Gessen  nella zona del delta del delta del Nilo.
Come furono i rapporti tra gli Ebrei e gli Egiziani?
Inizialmente i rapporti tra Ebrei ed Egiziani furono pacifici, anche se gli Ebrei non si mescolarono mai con gli Egiziani e conservarono sempre la loro lingua, la loro cultura e la loro religione.
Gli Ebrei continuarono a praticare la pastorizia.
Gli Ebrei rimasero a vivere in Egitto?
Ben presto per gli Ebrei iniziò un periodo di oppressione da parte degli Egiziani a cui fece seguito la fuga dall'Egitto.

sabato 20 settembre 2014

La religione romana

Vita religiosa e vita civile


Con religione romana si intende indicare l'insieme di credenze, culti e costumi religiosi, propri della Roma antica e della civiltà che ne è conseguita. La "religione romana" è inoltre un fenomeno reso complesso sia per le variazioni che contraddistinsero la sua evoluzione nell'arco dei secoli, in quanto ha subito l'influenza di diversi sistemi religiosi (sincretismo religioso) e alla varietà delle pratiche cultuali.I romani, infatti, subirono influssi di popoli con i quali entrarono in contatto (Etruschi e altri poli italici, Greci). Non si è in grado di stabilire con certezza l'avvio di tale sistema di credenze anche se la tradizione vuole la fondazione della città di Roma avvenuta nel 753.a.C., la religione romana cessò comunque di essere nel IV secolo con gli editti promulgati dall'imperatore romano di di fede cristiana Teodosio che proibì tutti i culti non cristiani. A differenza di quelle greche le divinità dei Romani incarnavano i valori su cui era fondata la società. L'osservanza dei valori divini serviva infatti a garantire il buon finanziamento della società. Profondamente religiosi, ritenevano di dover vivere con giustizia e praticando la Pietas, che si esprime nell'onore e nella venerazione dovuta agli dèi, nello zelo per le azioni rituali, la preghiera, il sacrificio. Il culto verso gli dei era quindi un dovere morale e civico, quindi solamente la pietas, ovvero il rispetto per il sacro e l'adempimento dei riti, poteva assicurare la pax deorum per il bene della città, della famiglia e dell'individuo.
Altre due caratteristiche salienti della religione romana possono essere individuate nel politeismo e nell'estrema tolleranza verso altre realtà religiose.

Sincretismo religioso - si intende la tendenza a conciliare diversi elementi religiosi provenienti da due o più dottrine diverse.


Le divinità

La religione romana si sviluppò in tre fasi successive:
  1. Fase arcaica (ciò che è vecchio o che era all'origine: Triade originaria di divinità formata da Giove, Marte e Quirino.
  2. Influenza degli etruschi: Triade capitolina formata da Giove, Giunone e Minerva, Diana.
  3. Influenza greca: Politeismo antropomorfico con una ritualità esteriore.
  4. Culti orientali: Culti misterici : Dioniso, Iside, Mitra; nasce l'idea di una promessa di sopravvivenza dopo la morte.
  5. Accanto agli dèi venerati da tutta la comunità, vi erano anche gli dèi famigliari cui venivano rivolti i culti privati:i mani, che erano gli spiriti dei morti; i lari, che proteggevano i territori abitati e la famiglia; i penati, dèì dell padre di famiglia e dei suoi parenti, che venivano trasmessi in eredità
Queste sono le divinità più importanti adorate dai romani:
Giove - Dio del fulmine e della pioggia, divenne la prima divinità del Campidoglio. A lui si attribuivano come presagi tutti i segni celesti e il volo degli uccelli.
Era il protettore dei contratti tra i privati e fra i popoli confinanti così come del sacro vincolo del matrimonio. Il suo tempio era sul colle Capitolino.
Giunone - Antica divinità italica, sposa di Giove, venne identificata con la dea greca Hera.
Giunone era assimilata con la Luna e a lei era consacrata la notte. Le erano dedicate le Kalende, i giorni della luna nuova. Protettrice del matrimonio e della famiglia, era ostile alle meretrici pubbliche. A Roma il suo Tempio era sul Campidoglio.
Minerva - Divinità di origine italica, a Roma il suo culto fu introdotto nel VI sec. a.C.
Protettrice delle attività intellettuali, delle arti e dei mestieri, Minerva era la dea dell’ingegno e della sapienza. Fu solo in seguito che l’influenza greca ne accentuò il carattere guerriero. Il suo Tempio era sul Campidoglio.
Marte - Antica divinità dei Latini, in origine dio delle coltivazioni e dell’allevamento. Divenne in seguito dio della guerra quando l’aspetto militare e espansionistico assunse per i romani un’importanza maggiore rispetto a quello della produzione agricola. A lui era dedicato il mese di Marzo quando si allestivano le spedizioni militari. A Roma il suo Tempio era situato presso il Foro.
Diana - Divinità cacciatrice e silvestre, identificata con la dea greca Artemide, era considerata una dea vergine. Possedeva anche un altro aspetto, celeste, che la rendeva concorrente di Giunone e come lei legata alla Luna e protettrice delle partorienti. A Roma il suo sacrario era sull’Aventino.
Venere - Assimilata ad Afrodite dea della bellezza, dell’amore, della fecondità della natura primaverile e il carattere di divinità della natura, protettrice di orti e giardini, la legava alla festa dei Vinalia rustica (il 19 agosto). Dal tempo di Giulio Cesare, che faceva risalire la sua famiglia da Enea e dunque da Venere stessa, fu istituito il culto della Venere genitrice, che insieme a Marte, progenitore di Romolo, formò una nuova coppia divina nella religione ufficiale dell’impero.
Esculapio - Nome latino del dio greco della medicina Asclepio. A Roma il suo culto fu introdotto dopo la pestilenza del 293 a.C. Secondo la leggenda un serpente sacro al dio, portato su una nave da Epidauro a Roma, scese sull’isola Tiberina dove fu eretto un santuario ad Asclepio. Attributo principale del dio era il serpente; altri attributi erano il bastone, i papaveri, la capra e il cane.
Tellus (Tellura) - La Terra era una delle divinità più antiche, accomunata al culto del Sole e della Luna. Venerata come dea della vegetazione e della semina. In suo onore si celebravano sacrifici il giorno precedente a quello della raccolta delle messi. Le era stato dedicato un tempio sull’Esquilino.
Vesta - Divinità antichissima, ad essa era associato il culto del focolare sia domestico che pubblico. In suo onore si celebravano le Vestalia: il suo tempio era collocato nel Foro e il culto celebrato dalle vestali, vergini sacerdotesse. Come patrona del focolare dello stato era invocata in caso di pubbliche calamità e il suo culto rimase inalterato fino alla fine del paganesimo.
Fortuna - Venerata dai romani con il nome di Fors Fortuna il suo nome ricorda la supremazia del caso, ma anche la fertilità: molte furono le forme e gli epiteti della fortuna. Era di solito rappresentata mentre dava il latte a Giove e Giunone. I suoi attributi erano il timone, il globo, la ruota, la cornucopia, mentre la benda sugli occhi è un’invenzione rinascimentale. A Roma il suo tempio più importante si trovava a Preneste.
Flora - Antica dea italica, collegata al fiorire delle piante e particolarmente delle spighe. A lei erano dedicati i Floralia  che si svolgevano alla fine di aprile. Una tarda tradizione faceva di Flora l’antico nome sacrale di Roma. Il suo tempio era nei pressi del Circo Massimo.
Giano - è il dio degli inizi, materiali e immateriali, ed è una delle divinità più antiche e più importanti della religione romana. Di solito è raffigurato con due volti, poiché il dio può guardare il futuro e il passato.







Il culto
Secondo i romani la forma più semplice con cui l'uomo poteva entrare in contatto con il divino era la preghiera, che veniva recitata a capo coperto e non doveva subire interruzioni. I sacrifici erano di ringraziamento ed espiazione. Normalmente il sacrificio consisteva in un offerta di cibo. In particolari occasioni venivano sacrificati animali: bianchi per gli dèi celesti, neri per quelli degli inferi. Dopo la sua morte, il corpo dell'animale veniva tagliato a pezzi e un particolare sacerdote, l'aruspice, esaminava le interiora, e dalla loro forma deduceva se la divinità avrebbe gradito il sacrificio.la carne veniva poi cotta e mangiata. Questa pratica religiosa forse era la più importante. Perchè dall'interpretazione dei segni e dei presagi, si cercav di comprendere il volere degli dei. Prima di intraprendere qualsiasi azione rilevante era infatti necessario conoscere la volontà delle divinità e assicurarsene la benevolenza con riti adeguati. Le pratiche più seguite riguardavano:
  • Il volo degli uccelli: l'augure tracciava delle linee nell'aria con un bastone ricurvo, delimitando una porzione di cielo, che scrutava per interpretare l'eventuale passaggio di uccelli
  • La lettura delle viscere degli animali: solitamente un fegato di un animale sacrificato veniva osservato dagli aruspici di provenienza etrusca per comprendere il volere del dio
  • Poi venivano osservati anche i prodigi: qualsiasi prodigio o evento straordinario, quali calamità naturali, epidemie, eclissi, etc, era considerato una manifestazione del favore o della collera divina ed era compito dei sacerdoti cercare di interpretare tali segni.


I luoghi sacri

Lo spazio sacro per i Romani era il tempio (templum), un luogo consacrato, orientato secondo i punti cardinali, secondo il rito dell'inaugurazione, che corrispondeva allo spazio sacro del cielo. Gli edifici di culto romani erano di vari tipi e funzioni. L'altare o ara era la struttura sacra dedicata alle cerimonie religiose, alle offerte ed ai sacrifici.
Eretti dapprima presso le fonti e nei boschi, progressivamente gli altari furono collocati all'interno delle città, nei luoghi pubblici, agli incroci delle strade e davanti ai templi. Numerose erano anche le aediculae e i sacella, che riproducevano in piccolo le facciate dei templi. Il principale edificio cultuale era rappresentato dall'aedes, la vera e propria dimora del dio, che sorgeva sul templum, l'area sacra inaugurata. Col tempo i due termini diventarono sinonimi per indicare l'edificio sacro.
Vi erano inoltre apposite nicchie, addossate ai muriesterni delle case o hai confinidelle proprietà,dette larari,in cui venivanovenerati i Lari. Ogni casa aveva un altare domestico.


Il tempio romano risente inizialmente dei modelli etruschi, ma presto vengono introdotti elementi dall'architettura greca ellenistica. La più marcata differenza del tempio romano rispetto a quello greco è la sua sopraelevazione su un alto podio, accessibile da una scalinata spesso frontale. Inoltre si tende a dare maggiore importanza alla facciata, mentre il retro è spesso addossato a un muro di recinzione e privo dunque del colonnato.




Le persone sacre
  • Nel culto domestico il capofamiglia (pater familias) era il capo costituito di tutti gli atti cultuali, presiedeva le cerimonie domestiche.
  • I riti pubblici erano invece celebrati dai sacerdoti suddivisi in vari collegi sacerdotali dell'antica Roma, i quali costituivano l'ossatura della complessa organizzazione religiosa romana. Essi istruivano il popolo circa il modo e il tempo con cui celebrare gli atti di culto e furono ideatori del calendario.
  • Al primo posto della gerarchia religiosa troviamo il rex sacrorum.
  • flamini che si dividevano in 3 maggiori e 12 minori, erano sacerdoti addetti ciascuno al culto di una specifica divinità e per questo non sono un collegio ma solo un insieme di sacerdozi individuali.
  • I pontefici in numero di 16, con a capo il Pontefice massimo, presiedevano alla sorveglianza e al governo del culto religioso;
  • Gli auguri, addetti all'interpretazione degli auspici ed alla verifica del consenso degli dei. 
  • Le vestali, 6 sacerdotesse consacrate alla deaVesta;
  • I decemviri o Quimdecemviri sacris faciundis, addetti alla divinazione ed alla interpretazione dei Libri sibillini;
  • Gli epuloni addetti ai banchetti sacri.

Le principali festività

Durante l'anno si svolgevano feste solenni che dovevano servire a procurare la benedizione degli dèi alla città e ai suoi abitanti,favorendo la fecondità delle donne,degli animali e dei campi e la vittoria sui nemici.

  • Le cerimonie sacre si celebravano in determinati periodi, chiamati secondo il calendario dies nefasti, in cui era proibito occuparsi delle proprie attività.
  • Ogni mese era dedicato alla celebrazione di riti particolari.Ad esempio febbraio era dedicato alle lustrationes, purificazioni rituali con acque consacrate.
  • Le festività romane, le Feriae erano giorni di festa celebrati solennemente, perché normalmente celebrate in onore di una certa divinità o occorrenza religiosa; tra questi i più importanti erano i Saturnalia, i Consualia, i Lupercalia e i riti della Bona Dea.
I testi sacro

I Romani non possedevano scritti sacri.Vennero tramandati i Libri sibillini , una raccolta di opere cultuali e oracoli che, secondo leggenda, la Sibilla di Cuma (presso Napoli) aveva donato al re Numa Pompilio.
l'idea della morte e dell'aldilà
  • I morti vegetavano tristemente nel mondo degli inferi.Si cercava di propiziarzeli con un sacrificio offerto nove giorni dopo la sepoltura; inoltre, in determinate festività si compivano riti particolari per convincere i morti a lasciare in pace i vivi.
  • Durante iparentalia ogni famiglia onorava la tomba degli antenati, per ottenerne protezione e nei pressi della tomba si consumava un bacchetto chiamato refrigerium.
  • Nella visione romana dell'oltre tomba, le anime dei morti erano destinate a luoghi diversi:i Campi del pianto, per coloro che erano morti giovani; il Tartaro per i malvagi; i Campi Elisi, per i giusti.




giovedì 11 settembre 2014

La religione greca

Le divinità olimpiche
La religione greca nacque da una sintesi tra le credenze di popolazioni preesistenti nell' Eellade e quelle portate dai micenei (1600 a.C.) La religione greca si diffuse oltre la Grecia propriamente detta, infatti comprese le isole, nell'Asia minore occidentale e Cipro; dall'VIII secolo a.C. si diffuse anche nella Magna Grecia, in Sicilia e sulle coste del mar Nero; successivamente, dal IV secolo a.C., nelle città della Siria e dell'Egitto.
Soprattutto nel periodo della polis (VI-III secolo a.C.) la religione ebbe una forte impronta sociale. Con il termine polis si indica una città -stato dell'antica Grecia. Le polis erano delle comunità autonome ed avevano governi e templi propri indipendenti. I templi fungevano anche da archivio e da custodia del tesoro della polis. Le assemblee popolari e i processi si svolgevano in luoghi purificati con sacrifici. Tra le funzioni principali dei magistrati rientrava la celebrazione di importanti culti e anche la guerra era inserita in una cornice rituale, dai sacrifici che precedevano la partenza dell'esercito ai festeggiamenti per la vittoria e all'offerta del bottino alla divinità. All'ambito culturale appartenevano anche i giochi sportivi (olimpiadi) e gli agoni drammatici inseriti nel quadro delle feste religiose, che coinvolgevano tutte le polis greche. Alla celebrazione del sacro partecipava l'intera comunità; la molteplicità dei culti e delle occasioni festive faceva sì che tutti i membri del gruppo, uomini e donne, vecchi e giovani, liberi e schiavi, potessero recitarvi un ruolo. Per l'assenza di un vero e proprio ceto sacerdotale toccava ai poeti l'elaborazione e la trasmissione dei racconti teogonici e cosmogonici. La religione greca fu dunque caratterizzata da un politeismo creato dalla tradizione poetica, da Omero ed Esiodo in particolare.













Anche la religione greca era un politeismo antropomorfico, e degli uomini avevano tutte le debolezze , quindi agivano come persone, avevano una conformazione individuale; conducevano un'esistenza simile a quella dell'uomo, amavano, odiavano, potevano generare con l'uomo, ma erano a questo superiori per potenza e sapere, perché immortali e beati. Essi erano immortali ma a loro volta erano stati creati. Il pantheon greco aveva un riconoscimento panellenico, riguardava cioè tutto l'ambito delle polis greche e della Magna Grecia . Queste divinità olimpiche (chiamate così perchè si pensava dimorassero sul monte Olimpo), avevano come capo e sovrano degli dei Zeus, la divinità celeste: egli era il dio atmosferico che scaglia i fulmini. Hera, la sposa di Zeus, era la garante dell'ordine matrimoniale, protettrice della maternità e della famiglia. Poseidone, fratello di Zeus, era il dio del mare, dei pescatori e dei naviganti, ma anche dei terremoti e delle tempeste: simbolo della sua potenza era il tridente. Atena, dea protettrice della città di Atene, nata dalla testa di Zeus, era la patrona del lavoro femminile, in particolare della tessitura. Apollo, figlio di Zeus e di Latona, era il dio della luce, dell'armonia, inventore della lira, protettore delle arti e delle Muse ma soprattutto dio della profezia (oracolo di Delfi). Artemide, sorella gemella di Apollo, era la signora delle fiere, vergine cacciatrice, attorniata dalle proprie ninfe. Afrodite era la dea della bellezza e dell'amore, rielaborazione greca della divinità orientale Istar Astarte; sua patria era l'isola di Cipro. Hermes era il messaggero degli dei, protettore dei viandanti, dei pastori e dei mercanti, ma anche dei ladri; era inoltre l'accompagnatore delle anime nell'aldilà. Efesto, dio del fuoco e della metallurgia, era il fabbro degli dei; di corpo deforme, era però sposato con Charis, la Grazia, o anche con Afrodite. Ares, figlio di Zeus e di Hera, era il dio della guerra. Demetra era la dea della fertilità, dell'agricoltura e dei cereali, e la madre di Persefone la regina dei morti.




Queste divinità erano considerate ne onnipotenti ne onniscienti; intervenivano nelle vicende umane seguendo le proprie simpatie.
Tuttavia, come gli uomini, anche gli dei erano soggetti a Moira (il destino), che con le sue leggi oscure li guidava senza che essi potessero intravederne i disegni.

Il luoghi sacri

Il culto si celebrava nei templi. Il tempio per i greci era la casa del Dio (oikos), localizzata nella cella (naos). Questa ospitava la statua della divinità, e il sacerdote era l'unico ad averne accesso, mentre il culto si svolgeva su un un altare antistante al tempio ed all'interno del recinto sacro (temenos) in cui si situavano il tempio ed altri edifici ad esso connessi. Il luogo sacro (santuario) poteva ad esempio ospitare una serie di costruzioni di uso pratico, come i "tesori" (thesàuroi), che ospitavano i doni votivi – preziosi o anche di terracotta – offerti dalle città o da semplici cittadini, sale per banchetti (hestiatòria) e portici (stoai). L'ingresso all'area sacra poteva essere protetto da propilei.
Il tempio greco è sempre orientato est-ovest, con l'ingresso aperto verso est.
Sulla superficie superiore (stilobate) di una piattaforma, sopraelevata rispetto al terreno circostante, per mezzo di pochi gradini (crepidoma), si elevava la struttura del tempio, caratterizzata dalle colonne.

Alcune località erano particolarmente importanti perché li venivano venerata una divinità in particolare. Per esempio le località di Delfi e Delo erano entrambi sacri al dio Apollo.






Il culto
Agli dei ci si rivolgeva con la preghiera, il canto, la danza, il sacrificio.
I sacrifici agli dei e si distinguevano in sacrifici di venerazione (per manifestare rispetto e ringraziamento); sacrifici di propiziazione (per placare e rendere benevola e favorevole la divinità, per chiudere aiuto e prosperità); sacrifici di riparazione (per rimediare a colpe e offese fatte alle divinità).
I sacrifici potevano essere cruenti (cioè con spargimento di sangue perché si uccidevano animali) oppure incruenti (quando si offrivano prodotti della terra e incenso). L'animale, prima di essere ucciso ai piedi dell'altare, veniva agghindato; veniva poi bruciato sull'altare in modo che la fiamma sacra bruciasse i resti dell'animale e il fumo salisse verso le divinità. La carne veniva consumata dai sacerdoti e dai fedeli durante il banchetto sacro, banchetto in cui la divinità era considerata misteriosamente presente.

I misteri

Un'aspetto particolare della religione greca erano i misteri eleusini e diosiaci ossia feste segrete frequentate da coloro che non erano soddisfatti dai culti della religione ufficiale.
Dal punto di vista della localizzazione geografica, è bene specificare che Eleusi (oggi Elefsina) sorgeva a 20 Km ad ovest di Atene, di fronte all'isola di Salamina, teatro della decisiva omonima battaglia, che vide trionfare i greci, guidati da Temistocle, sulle prevalenti forze messe in campo dai persiani, guidati dal re Serse.
Questi i riti erano presieduti dalle divinità Demetra e Persefone (divinità della fecondità) che rappresentavano la ciclicità cosmica tipica del pensiero degli antichi greci : tutto ritorna prima o poi al punto di partenza. In tempi più recenti i riti sarebbero stati presieduti anche da Dionisio.
Su tali riti non si hanno informazioni precise,poiché gli iniziati avevano il divieto assoluto di parlarne. Questi riti erano sicuramente simbolici, accompagnati da canti e musica,danze e rappresentazioni mimiche.

 Misteri-Si definisce mistero (dal latino «mysterium», dal greco «mysterion»: cosa da tacere) un evento arcano (nascosto), di cui non si deve parlare pubblicamente, perché riservata agli iniziati.
Iniziati-così sono chiamati coloro i quali sono ammessi a culti segreti.






Le persone sacre

Il rapporto con la divinità era gestito dal sacerdoti (hierèus) e sacerdotesse, che erano dei funzionari del locale del tempio, e dall'indovino (màntis), capace di interpretare i segni con i quali la divinità manifesta la propria volontà. Questi segni potevano essere forniti dal volo degli uccelli o, più spesso, dall'osservazione del fegato della vittima durante il sacrificio. Questa forma di divinazione (pratica o presunta capacità di ottenere informazioni, ritenute inaccessibili, da fonti soprannaturali).
Veniva eseguita dai sacerdoti o sacerdotesse entrando in trance.

Trance-Stato di semicoscienza durante il quale il sacerdote entrava in contatto con le divinità.



Le principali festività


In onore di alcuni divinità venivano celebrate feste annuali ricorrenti. In queste occasioni avevano luogo processioni solenni e si organizzavano giochi e gare. Alcune di queste feste avevano solo un interesse locale, ma altre richiamavano partecipanti da ogni parte del mondo greco.
Un'esempio di queste festività sono le olimpiadi. I Giochi olimpici antichi furono delle celebrazioni atletiche e religiose, svolte nella città della Grecia antica, Olimpia, storicamente dal 776 a.C. Al 393 d.C. Un'antico documento scritto che se rifà alla nascita delle Olimpiadi parla di una festa con una sola gara: lo stadio (gara di corsa). Da quel momento in poi tutti i Giochi divennero sempre più importanti in tutta la Grecia antica. Successivamente altri sport si aggiunsero alla corsa e il numero di gare crebbe fino a venti, e duravano sette giorni. Le Olimpiadi avevano anche un'importanza religiosa, in quanto si svolgevano in onore di Zeus, re degli dei.
I vincitori delle gare venivano fatti oggetto di ammirazione e immortalati in poemi e statue, e fregiati di una corona di alloro. Per tutta la durata dei giochi venivano sospese le ostilità in tutta la Grecia.
I Giochi si tenevano ogni quattro anni e il periodo tra le due celebrazioni divenne noto come Olimpiade, termine che in epoca ellenistica fu utilizzato per datare gli eventi storici più importanti.
La partecipazione era riservata ai cittadini greci maschi liberi. La necessità di dedicare molto tempo agli allenamenti permetteva solo ai membri delle classi più facoltose di prendere in considerazione la partecipazione.
I giochi Olimpici erano anche un modo per poter creare una tregua tra le guerre
A questi giochi potevano partecipare solamente uomini che parlavano il greco. Si consideravano giochi "internazionali" poiché i partecipanti provenivano dalle varie città stato della Grecia, ed anche dalle colonie. I Giochi persero gradualmente importanza con l'aumentare del potere romano in Grecia: all'inizio furono benvoluti e aperti anche a Romani, Fenici, Galli e altri popoli sottomessi.


I testi sacri
Il mondo Greco non ha tramandato testi sacri ,tuttavia la letteratura greca è fortemente impregnata dal pensiero religioso. Punto di riferimento sono le opere attribuite ai poeti Omero ed Esiodo.
Omero è il nome con cui è tradizionalmente identificato il poeta greco autore dell'Iliade e dell'Odissea i due massimi poemi della letteratura greca antica.

Esiodo (VIII secolo a.C.- VII secolo a.C.) è stato un poeta greco antico, le cui opere sono: Le opere e i giorniTeogonia; Il catalogo delle donne o Eoie o Eee.




L'idea della morte e dell'aldilà

I Greci credevano esistesse un regno sotterraneo dei morti, in cui le “ombre dei defunti vegetavano e rimpiangevano di non vivere più sulla terra. Solo Gli eletti giungevano nell'Eliseo,o isola dei Beati.
Successivamente si diffuse la concezione di un'anima immortale, che continuava a vivere in modo autonomo dal corpo.